Guardie e ladri in baraccopoli
Non hanno nemmeno dovuto bussare. Micheal era appena uscito e nessuno si era preoccupato di serrare il chiavistello. Alle 10 di sera sono entrati sospingendo quella tavola di legno che ci fa da porta. Erano in sei. Hanno tirato fuori 2 pistole. Si sono calati una calzamaglia sulla faccia. E hanno salutato: “Ciao amici. Mettetevi giu’. Siamo I soldati di Githurai!”.
Noi stavamo festeggiando il ritorno di Gabriel in Cile con le cole e una torta. Li abbiamo guardati con la faccia strana. Abbiamo pensato tutti ad uno scherzo. Ma non era uno scherzo. Ci siamo alzati. Siamo andati in fondo alla stanza, oltre il tavolo. E ci siamo messi a terra, chi sdraiato, chi carponi.
Vicino a me stava Gabriel, che recitava padre nostri. Dietro Andrea, casco bianco mica per niente, zitto e bianco come un cencio. Alla mia destra, Anna, l’altra casca bianca, che abbracciava la giovane Serah, africana. Poi Zippi, africana, sorella di comunità. Tremava come una foglia. Distanti, tra il tavolo e il divano, Wanjiku e Monica. Monica: a Soweto di passaggio, destinazione Brasile, alla sua quarta rapina in un anno. E’ un record in comunità. L’ultima a gennaio in Tanzania. Ormai le hanno preso tutto, non ha più niente di suo e non le possono più rubare nulla.
I rapinatori si sono subito fiondati su Andrè e Massimo, i due responsabili. In due hanno afferrato per il collo Andrè, chiamandolo “baba yetu” (padre nostro, ndr), gli hanno chiesto i soldi. Il vecchietto, abituato pure lui a questo genere di esperienze, li ha portati verso il suo ufficio, attraverso il cortile interno, si è strappato la chiave dell’ufficio dal collo facendola cadere tra i fiori, ha dato loro il portafoglio, ha chiesto se è così che si trattano i padri, ha detto che non trovava più la chiave e ha rivoluto indietro il portafoglio con i documenti. I due ladri, dopo aver tirato fuori quel che hanno trovato nel portafoglio (e lascandoci dentro, nella fretta, qualcosina come 150 euro), dopo averlo strattonato e minacciato di morte, hanno rinunciato e lo hanno mollato.
Intanto altri due se la prendevano con Massimo, che, per salvare i quattro scellini che aveva nel taschino a tracolla, faceva finta di non capire e di svenire. I ladri, però, non hanno abboccato alla sceneggiata e per rinsavirlo gli hanno fatto assaggiare il calcio della pistola sulla tempia. Poi hanno visto il taschino sotto la maglietta e si sono serviti da soli.
Gli ultimi due scimmioni si sono occupati dei giovanotti ammassati in fondo alla stanza. Ci hanno svuotato le tasche, si sono bevuti le fanta (lasciandoci la coca) e, guardando le nostre facce atterrite, si sono persino commossi: ”tranquilli non vogliamo uccidervi, solo derubarvi.” Conoscevano Andrè, Massimo, Andrea e Zippi, tanto che li chiamavano per nome.
Dopo trenta minuti se ne sono tornati via, portandosi dietro 13000 scellini, una pila di nove cuscini, due bombole a gas, un orologio (quello di Anna), un cappello (il mio) e una macchina fotografica (quella di Gabriel). Andrè, che, in qualità di plurirapinato ed ex sessantottino se ne intende, sostiene che le pistole fossero delle P-38.
Se durante la rapina ero un po’ teso, dopo ero letteralmente terrorizzato. Infatti Anna ha raccontato di quel prete di Githurai finito all’ospedale in coma e con un dito in meno. Monica ci ha detto che stavolta era andata bene, che questi erano gentiluomini e che se erano ubriachi chissà cosa poteva succedere…Andre’ era sicuro che sarebbero tornati, perchè hanno rubato troppo poco; Gabriel testimonia che in Cile queste cose non succedono. Poi sono arrivati i fratelli di comunità africani e gli amici.
Subito dopo la fuga dei soldati di Githurai i fratelli di comunità africani sono arrivati in nostro soccorso e si sono lanciati all’inseguimento dei ladri. In un paio d’ore hanno scoperto dove si nascondevano, (anche perchè mezza Soweto aveva visto sei uomini correre a gambe levate in fila indiana, con nove cuscini da divano e due bombole a gas), e hanno chiamato la polizia, che ha circondato il nascondiglio dei rapinatori e si è preparata all’irruzione.
Un ragazzo è corso ad avvertirci e noi ci siamo perfino preoccupati per l’incolumità dei nostri svaligiatori. In questo caso il Signore è stato un po’ troppo solerte nell’ascoltare le nostre preghiere. Alle tre di notte i quattro poliziotti si erano già stufati di fare appostamenti. Invece di passare all’azione, si sono messi i loro fucili AK-47 sulle spalle e hanno optato per una ritirata strategica a Baba Yetu. Si sono informati sull’entità del furto, si sono fatti offrire la murattina (alcoolico locale), ma qualcuno era già sbronzo e hanno assicurato che Soweto non era un posto sicuro. Se ne sono andati, ridendo e scherzando, con la promessa che all’alba avrebbero fatto irruzione nel covo dei banditi.
Il mattino dopo ci è stato riferito che i nostri magnifici quattro non avevano fatto alcuna irruzione perché avevano trovato la porta chiusa dal di fuori con il lucchetto.
Post scriptum
Andrè è andato dal capo della polizia di Kassarani, che ha vivamente sconsigliato di testimoniare, per non rischiare una ritorsione.
Una settimana dopo la rapina a Baba Yetu, e’ stata svaligiata anche la parrocchia di Kahawa, nostro ufficio compreso. Ci hanno preso il PC e la stampante. Hanno lasciato le casse audio e lo scanner, evidentente scambiato per un tostapane. Dunque ho dovuto scrivere questo pezzo due volte, perchè la prima versione, molto più riuscita di quest’ultima, è rimasta nel disco fisso.Questa settimana non abbiamo ancora subito furti.
Andrè sta studiando la controffensiva:
1 - Costruzione di cancelli sui 3 vicoli che portano a Soweto (in via di ultimazione).
2 - Denuncia all’ambasciata e alle autorità ministeriali (in corso).
3 - Costituzione di un gruppo di guardie che girino perr lo slum (in corso).
4 - Sostituzione del denaro liquido usato a Baba Yetu con un sistema di cheques e convenzioni (in fase di progettazione).
5 - Raccolta dei casi di inadempienza della polizia per una denuncia di violazione del diritto umano alla sicurezza (in fase di progettazione).
Baba Yetu: in Swahili (lingua locale) “padre nostro”, nome dato dai componenti della comunità a una baracca destinata all’accoglienza dei ragazzi di strada a Soweto.

