Viaggio attraverso i checkpoint
22/10/2002 Gaza City
Gerusalemme. Si parte per Gaza in mattinata. Attraversiamo il super check point di Eretz senza problemi. Passiamo mezza giornata a Gaza city, pranzo di "semilavoro" -offre lui- con Amjad Y. Shawa (specie di Humphrey Boghart palestinese, adorato dalle donne occidentali), nel suo ufficio presso la sede del Medical Relief.
Ci avviamo verso le quattro al checkpoint di Abu Holi per raggiungere Khan Younis. Il checkpoint è chiuso dalle tre, i veicoli formano una coda di un paio di chilometri o forse più, stile italo-vacanziero, non fosse che qui fa ancora più schifo che sull'autostrada. Della gente in fila, chi aspetta in macchina, sugli autobus, sui camion ecc., chi bivacca ai lati della strada tra le piante di limone e gli olivi, chi mangia attorno ad un fuoco. Un gruppo di uomini prega in direzione della Mecca, ma in effetti, nella calca, stanno inchinati, quasi prostrati contro la fiancata di una corriera.
Viene buio che siamo ancora in fila - a piedi, perché abbiamo lasciato il taxi. Decidiamo di tornare a Gaza: non è sicuro per noi stare qui ad aspettare con gli altri. Due ragazzi dell'Università Islamica, le sole persone in grado di capirci fra quelle che incontriamo, ci accompagnano indietro, si scusano per l'atteggiamento ostile di qualche palestinese. Ci dicono che è "gente cattiva". Tornati in città ci fermiamo dall'"Innominato", un amico di Mildred, ragazza americana venuta a Gaza insieme a noi.
Mentre noi in città mangiamo, la gente che è stata ad aspettare in fila dalle tre del pomeriggio è riuscita a passare intorno alle dieci di sera, quando i soldati hanno riaperto il checkpoint. È quasi tutta gente che ha un permesso per lavorare in Israele. Per raggiungere il posto di lavoro e arrivarci in tempo parte da casa all'una o alle due del mattino, più o meno l'ora in cui noi siamo andati a letto, a casa dell'Innominato.
27/10/2002, Qarara (Khan Younis, Striscia di Gaza)
L'altro ieri notte qui vicino, nella zona del checkpoint di Abu Holi, hanno sparato a lungo. È tutto quello che si può sapere: che hanno sparato a lungo. Non è mai chiaro chi spara a chi, dove esattamente e perché, a meno che il giorno dopo non ci sia qualche morto o qualche ferito. I palestinesi sono spesso incazzati o indifferenti, si fatica a farsi un'idea precisa, e poi gli spari si sentono ogni notte, bene o male sempre nei soliti posti, non è una novità.
Agli israeliani, che qui sono o militari (8-10.000) o coloni (4-6.000), non saprei davvero cosa chiedere e a che titolo, ma soprattutto a chi di loro chiedere. Quanto ai militari, il loro rapporto con il territorio è molto stretto, ma non è un rapporto paritario, bilaterale. Si può presumere con buona sicurezza che i soldati siano molto informati sulla gente, sui suoi spostamenti, compresi i nostri: ogni notte gli aerei spia fotografano accuratamente il territorio, i tank e le camionette scorrazzano, i fari dai punti di presidio militare si sbizzarriscono. Non vale il contrario: non solo è molto difficile riuscire a interrogare i soldati, o anche al limite farci due chiacchiere, è proprio impossibile vederli. Al massimo li si può intuire da lontano ad un checkpoint, o dietro la fessura di una postazione fortificata. Quanto ai coloni, è fin troppo comprensibile che si rendano irreperibili per vocazione. Si pagherebbe per poter avere il numero di cellulare di un colono, o anche di una colona, così, solo per avere un qualsiasi tipo di contatto umano, e non doversi limitare a immaginarli nelle macchine che passano sulle loro strade, al lavoro nelle loro serre, e via dicendo.
Tornando ai colpi dell'altra notte, quello che è sicuro è che dalle torrette di Abu Holi i soldati sparano abitualmente quando fa buio. Si tratta quasi sempre di fuoco dimostrativo, dal sapore cameratescamente didattico; non provocato da raffiche palestinesi; semplicemente un modo intimidatorio di rammentare agli abitanti che sulla zona vige il coprifuoco.
L'area "residenziale" attorno ad Abu Holi è particolarmente sfavorita da un punto di vista... non lo so, da molti punti di vista. La questione riguardante la rete stradale nei territori è piuttosto incasinata, ci vorrebbe una cartina per rendersi conto, comunque la zona si trova insaccata nel cuneo formato da due tratti stradali convergenti: il tratto di strada palestinese (ma che di fatto viene a sovrapporsi con un tratto di by-pass israeliana) controllato dal checkpoint israeliano, e l'intero tratto della by-pass road che penetra all'interno della Striscia da Israele (la Kussufim road), sottoposto ad un controllo militare altrettanto rigido. La zona attorno ad Abu Holi si trova dunque sotto il tiro delle due torrette che presidiano il checkpoint, e sotto il tiro di almeno una delle quattro torrette dislocate sull'intero percorso della by-pass nonché all'interno della fascia di 500 metri di cui sopra: si trova dunque ad essere la sola zona di Qarara cui è imposto coprifuoco notturno, dalle sei di sera alle sei di mattina del giorno dopo.
L'area di Abu Holi era occupata da un palmizio. Durante la seconda intifada è stata trasformata in zona di sicurezza, vale a dire che nel giro di poco meno di un chilometro dal checkpoint è stato rimosso ogni elemento del paesaggio, naturale o opera dell'uomo, che potesse costituire un ostacolo alla visuale dei soldati. Le palme sono state abbattute (i tronchi stanno ancora ai lati della strada), le case più esposte sono state distrutte o rese di fatto inabitabili. Le famiglie che non hanno voluto o potuto abbandonare il luogo dove stavano, vivono adesso ai margini della zona di sicurezza, sotto coprifuoco notturno, sotto tende fatte con canne e teloni di plastica.
1/11/2002 Aida-Abu Deis: 1 ora e mezza
Ancora penose difficoltà di movimento. Ieri siamo stati al campo profughi di Aida, vicino Betlemme, dalla famiglia di un deportato nella Striscia di Gaza, l'Innominato. Alla nostra partenza da Gaza ci aveva lasciato qualcosa (vestiti, regali, lettere) per sua moglie, sua madre, i figli e qualche amico che non vedeva ormai da tempo.
Ci accompagna Abdel, insegnante all'Università di Betlemme e direttore di un centro culturale per ragazzi nel campo di Aida. Figlio di rifugiati del '48, Abdel si è laureato in biologia all'Università di Auge, in Francia.
La posizione legale di Abdel è piuttosto complicata. La sua carta d'identità (verde) è valida solo per la Cisgiordania; e in Cisgiordania effettivamente lavora, tra il campo di Aida e la cittadina di Betlemme. Casa sua invece sta fuori della Cisgiordania, nella parte araba (est) di Gerusalemme. Più precisamente nell'area di Abu Deis, dove sua moglie ha la residenza legale (carta blu). Dunque Abdel ha il permesso (carta verde) di risiedere dove lavora, ma non il permesso (carta blu) di risiedere dove abita, a meno di dieci chilometri dal luogo in cui esercita la sua professione. Lavora tra palestinesi, abita dove abitano migliaia di palestinesi, ma in casa sua, legalmente, è un clandestino. Dal momento che al di fuori della Cisgiordania non è in possesso di alcun documento valido da mostrare ai soldati, trovare sulla strada di casa un checkpoint chiuso o uno aperto non fa per lui alcuna differenza. Per questo gli capita di rimanere a dormire in ufficio tre o quattro volte a settimana.
Assieme ad Abdel abbiamo lasciato su un taxi il campo rifugiati di Aida circa alle quattro. Sulla strada principale che conduce ad Abu Deis, dove vive, incrociamo un checkpoint. Prendiamo allora per una strada alternativa che da est aggira il checkpoint passando per le colline: ma anche qui troviamo i soldati. Facciamo di nuovo retromarcia per imboccare, un po' più a ovest, una strada "alternativa a quella alternativa". È una strada sterrata, malmessa, in molti punti gravemente danneggiata, più volte ostruita dai bulldozer ed altrettante sgombrata dai palestinesi. Costeggia un torrente in secca al fondo di una valle che chiamano "valle del diavolo", tra colline brulle arse dal sole: il paesaggio è bellissimo. Ma, dice Abdel, "dopo un po' di volte che ci passi ti scoccia". La scorciatoia sbocca, dopo circa un paio di chilometri da percorrere molto lentamente, sulla strada asfaltata per Abu Deis. In città la strada finisce in un incrocio a T.
All'incrocio ci troviamo davanti un muro fatto di blocchi di cemento armato. Il muro ci costringerebbe a prendere verso destra, cioè verso l'ennesimo checkpoint. Per aggirarlo noi prendiamo a sinistra, attraverso un'apertura che conduce al cortile recintato della moschea. Scavalchiamo la recinzione nel punto in cui è più bassa: la gente ha sistemato qualche cassetta alla base del muretto per facilitare il passaggio (Abdel dice che delle volte i soldati si sono messi a controllare i documenti anche lì). Scavalcata la recinzione ci troviamo finalmente al di là della barriera. Facciamo ancora un po' di trekking (la città poggia su un declivio) per non passare troppo vicini alle spalle dei soldati che presidiano il checkpoint: attraversiamo cortili, marciapiedi e giardini privati. Non dobbiamo chiedere il permesso a nessuno; anzi, sul percorso troviamo scalette improvvisate, grossi mattoni, sostegni rudimentali sistemati dai proprietari per aiutare chi passa. La gente che incrociamo ridacchia perché capisce dalle nostre facce che siamo nuovi a questo genere di escursioni. Con un po' di fiatone faccio qualche foto.
Dopo un po' che sgambiamo, ritorniamo sulla strada principale. Altri dieci minuti a piedi e raggiungiamo finalmente casa di Abdel. Sono le cinque e venti del pomeriggio. Siamo partiti alle quattro: da Betlemme ad Abu Deis, lungo il tragitto normale, ci vorrebbero quindici-venti minuti.
Per by-pass road si intende una strada che collega gli insediamenti tra di loro e gli insediamenti a Israele. Vi possono transitare solo cittadini israeliani e, pur attraversando il territorio palestinese, nessun palestinese può usarla o anche solo avvicinarla entro una fascia di 500.
http://www.btselem.org (sito del Centro per i diritti umani nei Territori occupati)

