Aids e sanità ad Iringa
INTRODUZIONE
Nel mondo vivono 42 milioni di persone infette da HIV e nell'Africa a Sud del Sahara il numero totale dei sieropositivi ammonta a 29.400.000. Secondo alcuni il virus sarebbe entrato in questo continente già 40 anni fa, e a suffragare quest'ipotesi varie testimonianze parlano di una misteriosa malattia che negli anni Sessanta veniva chiamata dalle tribù malattia della diarrea” o “della magrezza”. In Tanzania il contagio sembra essere iniziato alla fine degli anni Settanta, in seguito al rimpatrio dei combattenti che parteciparono all'offensiva contro il dittatore ugandese Idi Amin.
Inizialmente la malattia rimase sconosciuta e si propagò velocemente tramite il ripetuto uso di siringhe infette, trasfusioni di sangue non controllato (situazione che è rimasta immutata fino agli anni Novanta), assenza di protezioni nella vita quotidiana e nell'attività sessuale. L'ignoranza sull'epidemia e sulle caratteristiche del virus ha permesso che esso si diffondesse liberamente e senza argini. Il primo caso rilevato risale al 1983 a Kagera ma, fino alla fine del decennio, non sono stati fatti controlli estesi e organizzati, né valide statistiche per mancanza di strumenti e risorse diagnostiche. Si cominciò a parlare di epidemia e si prese coscienza della reale diffusione del virus solamente alla metà degli anni Novanta.
In Tanzania nel 1997, 1.4 milioni di persone risultavano essere infette; dato che non è stato più aggiornato in seguito. Nel 1999 vennero registrati 140.000 decessi dovuti all’Aids ed 1.3 milioni di orfani. Solo nell'ultimo anno è stato possibile delineare un andamento della diffusione del virus, grazie soprattutto al lavoro di missionari che conservano e organizzano i dati di cui entrano in possesso tramite i test-HIV. Una reale volontà di mobilitazione per frenare l'epidemia si è diffusa solamente dopo il 2000. Il test-HIV è infatti reperibile da pochissimi anni nei presidi medici statali.
Nella regione di Iringa sono molteplici le associazioni umanitarie che con il loro lavoro cercano di combattere l'epidemia. I centri della Consolata e del CUAMM hanno effettuato lo scorso anno 7294 counselling, e testato 3713 persone, di cui 1227 sono risultate positive, 2393 negative e il 4% è in attesa di ulteriori controlli. Attualmente, soprattutto nelle zone rurali, i presidi sanitari spesso non dispongono di strumenti adeguati a rilevare la presenza del virus con certezza.
Questi dati sono indicativi, in quanto gran parte della popolazione non vuole o non riesce ad essere controllata.
1. IL MALATO: L'ESPERIENZA DEL CENTRO ALLAMANO
A Iringa è attivo dal Febbraio 2002 il Centro Allamano, gestito da missionarie della Consolata, che con la sua attività, rappresenta un ottimo esempio di modello operativo. In questo centro, che assiste un bacino di utenti molto ampio (compie annualmente 4385 counselling), vengono effettuati ogni mese 100 test, di cui circa la metà risulta essere positiva. Il target di persone che richiedono le analisi è vario: coppie che vogliono accertare il loro stato di salute prima del matrimonio, singoli che presentano già evidenti segni della malattia, soggetti inizialmente interessati a seguire le lezioni informative che in un secondo momento realizzano la possibilità di aver contratto il virus con il loro stile di vita. Sono, quindi, per la maggioranza, persone consapevoli di aver tenuto comportamenti a rischio. Questa tipologia di persone ha già una seppur vaga conoscenza delle caratteristiche del virus e la volontà o la necessità di curarsi, o di chiedere aiuto. Manca tutta quella parte di popolazione che non conosce l'Aids e i suoi modi di trasmissione, o non vuole essere consapevole della propria malattia, preferisce non sapere.
L'ignoranza e la povertà spingono le persone a restare all'oscuro di tutto: l'Aids è solamente una causa di morte come tante altre. Continuare a condurre la propria vita normalmente senza essere sicuri della propria positività o negatività risulta più facile, perché avere il virus è come possedere un certificato di morte certa. Questa generale mancanza di informazione risulta essere un problema soprattutto per quanto riguarda la maggiore facilità con cui il virus si propaga, restando sconosciute le modalità di trasmissione.
L'Aids è ormai abbastanza conosciuto nelle città: cause ed effetti sono di dominio pubblico, anche se in modo approssimativo. Nei villaggi, invece, la situazione è simile a quella che caratterizzava anche gli agglomerati urbani fino a pochi anni fa: la malattia era praticamente sconosciuta, si sapeva soltanto che uccide ed era spesso creduta opera di magia. Se oggi nelle città le persone che contraggono il virus non sono considerate cattivi soggetti, nei villaggi sono credute vittime di sortilegi e incantesimi o corrotte nel corpo per la loro condotta malvagia. Sono perciò isolate e sole.
Le cause del contagio risultano essere per il 90% i rapporti sessuali, per il 5% la trasmissione da madre a figlio e per il restante 5% contatti di altra natura. Un'attività sessuale molto vivace, tanto da diventare sregolata, tra giovani e adulti anche in rapporti extraconiugali ha molteplici cause. Innanzi tutto una società patriarcale non concede spesso facoltà di scelta alle donne che devono sottostare alle voglie degli uomini. Inoltre, la fuga verso la città, all'inseguimento di ricchezza e felicità, risulta essere sempre disillusa. Nei grandi centri la persona, sradicata e assai povera, senza più nemmeno la possibilità di nutrirsi regolarmente che nei villaggi era garantita dalla coltivazione dei campi, si ritrova in un ambiente ostile ed estraneo. La disoccupazione e la solitudine portano a uno stile di vita promiscuo: il sesso è uno dei metodi più semplici e piacevoli per creare l'illusione di unità e intimità con altre persone, per sentirsi accettati e quindi amati.
In seguito, spesso chi cerca fortuna torna ai villaggi, magari per dare alla luce un figlio. In questo modo anche le zone rurali non sono risparmiate dall'epidemia.
Diverse compagnie e società, impegnate nella costruzione di infrastrutture o nelle grandi coltivazioni, reclutano grandi masse di giovani e parallelamente assumono ragazze addette a servizi, come la mensa: i centri che li ospitano durante la notte, adiacenti ai cantieri o ai campi, diventano terreno fertile per la diffusione. Non a caso, infatti, a volte queste compagnie girano per il territorio accompagnate da ONG che distribuiscono preservativi gratuitamente. Altre volte i giovani assunti sono portati nelle città, ma il risultato è il medesimo.
Le reazioni alla scoperta di essere positivi sono differenti, ma scoppi di rabbia, disperazione, lunghi pianti e depressione sono sfoghi comuni. In queste occasioni, il delicato compito delle assistenti sociali consiste nel fornire un immediato supporto psicologico e le informazioni utili di primo intervento soprattutto per assicurare che non vengano contagiati gli altri membri della famiglia. Solitamente il malato mantiene il segreto sulla sua condizione, e non rivela a nessuno la propria positività. La gente, infatti, ha una paura spesso irrazionale, che nasce dall'ignorare cosa sia effettivamente questa malattia in tutti i suoi aspetti, evita i malati e invece di aiutarli, li isola. La stigmatizzazione dei malati è un problema rilevante, perché impedisce agli infetti l'accesso ad un'adeguata assistenza medica e psicologica che allungherebbe e allevierebbe loro la vita. In un primo tempo solo un membro della famiglia viene informato. Solo quando i malesseri prolungati rendono evidente la malattia, gli altri membri della famiglia ne vengono a conoscenza: nella maggior parte dei casi, mista alla tristezza, la paura è un elemento diffuso; ne consegue la distanza fisica dal malato.
Il centro accompagna la famiglia costantemente, soprattutto all'inizio e nella fase terminale: oltre a seguire e controllare l'andamento del malato e dei membri sotto ogni aspetto, verifica anche che l'ambiente casalingo sia adatto a curare al meglio il malato. I malati più indigenti vengono forniti di oggetti di prima necessità, sapone e cibo nutriente, mentre un medico preparato effettua regolarmente visite a domicilio per i casi più gravi. Attualmente sono assistiti 498 soggetti adulti, mentre ne sono morti 108, per la maggior parte donne. Infatti, quando un uomo muore, i parenti e soprattutto i fratelli del defunto ereditano i suoi averi, spogliando la vedova di tutto: spesso anche della casa, e lasciandole solamente i figli, a volte solamente le femmine. Lo stato tutela i diritti ereditari delle mogli, esistono leggi che garantiscono la successione al coniuge, ma non sono conosciute e vengono regolarmente ignorate. Il centro cerca quindi anche di informare le coppie, soprattutto le donne, di questo diritto e invita tutti a scrivere un testamento, che i coniugi potranno poi impugnare contro eventuali soprusi. Anche i bambini sono tenuti sotto controllo, sia nell'eventualità che abbiano contratto la malattia, sia per tutelare il loro stile di vita. Vengono seguiti 57 bambini che frequentano l'asilo, 400 le scuole primarie e 136 le secondarie. Viene fornito loro il materiale scolastico e la divisa, pagate le rette, viene verificata la loro frequenza e la loro crescita: essendo destinati a diventare presto orfani, una vita sana e regolare può prevenire che si perdano una volta rimasti soli. Alcuni orfani riescono a reagire, magari continuando il lavoro dei genitori e i più grandi si prendono cura dei fratelli minori, ma capita anche che diventino ladruncoli o ragazzi di strada.
Si sono anche verificati rari casi in cui l'individuo reagisce dandosi a un'attività sessuale sfrenata: l'intento è vendicarsi trasmettendo il virus. Simili comportamenti sono bloccati e prevenuti tramite incontri mensili, che seguono lo sviluppo e l'accettazione della malattia da parte del paziente. Queste riunioni, inoltre, forniscono informazioni su un corretto e adeguato stile alimentare e igienico e forniscono un supporto psicologico importante. Spesso, infatti, nascono amicizie e si instaurano relazioni d'aiuto tra gli stessi malati basate sulla generosità e l'altruismo.
L'associazione Papa Giovanni XXIII collabora attivamente con questo centro attraverso i microcrediti effettuati all'interno del Progetto Rainbow: 70 soggetti ricevono un prestito a interessi zero, restituibile in rate e con modalità abbastanza elastiche, che li aiuta a sopravvivere. I beneficiari del prestito ricevono chiarimenti sulla giusta dieta da seguire, e cercano di mettere in pratica i consigli ricevuti gestendo i profitti del prestito. Inoltre possono portare avanti piccoli commerci per sfamare anche la propria famiglia. Per il loro umore il prestito è potente quanto una medicina. A partire dalle piccole cose: vestirsi bene per andare a depositare il denaro in banca, o per far visita alle suore e ai medici del centro, relazionarsi e incontrare gente, fino a diventare consapevoli di poter essere ancora importanti per la propria famiglia, per i propri figli. Recuperano una dignità, ritrovano uno scopo per vivere e nuovi stimoli, per poter condurre un'esistenza sopportabile. Scoprono di poter essere trattati ancora come persone, in una società che spesso li considera già morti.
La prevenzione, quindi, viene effettuata tramite la spiegazione delle caratteristiche della malattia e l'insegnamento dei comportamenti che permettono di evitare il contagio, sia nella vita normale, sia nella convivenza con persone infette. Basandosi su valori cattolici, il centro non spinge per l'uso del preservativo, ma suggerisce e diffonde soluzioni alternative, considerando un determinato stile di vita come una prevenzione reale ed efficace. Solamente in alcuni casi viene fatta eccezione. Alle coppie sposate in cui solamente uno dei coniugi sia stato colpito dal virus, ad esempio, si danno indicazioni affinché i due si soddisfino a vicenda senza un rapporto completo, e solo in seguito, se queste pratiche risultano essere insostenibili o inadatte alle loro esigenze, si suggerisce con discrezione l'uso del preservativo.
2. CHIESA E AIDS
La posizione della chiesa in Tanzania non si discosta da quella romana: i rapporti sessuali sono consentiti solo all'interno del vincolo matrimoniale e la procreazione deve rimanere un’eventualità sempre presente; non sono ammessi contraccettivi come il preservativo e la pillola, che ledono la dignità umana, bloccando la possibilità riproduttiva, e riducono il corpo a uno strumento di piacere.
L'uso del preservativo, inoltre, non garantisce copertura totale circa la trasmissione del virus e non promuove comportamenti consoni alla morale cristiana, incoraggia infatti alla promiscuità nella misura in cui allontana il rischio del virus.
Effettivamente il preservativo non viene spesso presentato come un elemento utile per una corretta prevenzione. Il governo ha per anni effettuato una comunicazione sociale fuorviante, incentrata sulla sicurezza fornita dall'uso del preservativo, evitando di spiegare effettivamente da cosa si fosse protetti e le modalità di impedire che il virus contagi altre persone: il risultato è stato solamente quello di disinibire la pratica sessuale. Non tutti sono a conoscenza del corretto uso del preservativo, e rischiano di usarlo anche se scaduto o in pessime condizioni: i container che trasportano i profilattici sono infatti sottoposti a temperature elevate e spesso il contenuto, danneggiato e inservibile, viene venduto ugualmente. Negli ultimi mesi, dato l'aumentare costante dei contagiati e l'inutilità delle campagne di sensibilizzazione effettuate, lo stato ha cominciato a preoccuparsi di associare il preservativo a una determinata condotta morale. Su un cartellone si legge se la ami veramente la proteggi”; la frase è seguita da tre parole che completano e richiamano il concetto di protezione, contestualizzandolo a livello etico: “Attesa, Fedeltà, Preservativo”.
Esistono tuttavia situazioni in cui un singolo prete può prendere l'iniziativa di consigliare alle coppie sposate l'uso del preservativo. È il caso di coppie, soprattutto con figli, in cui solamente uno dei due coniugi risulti positivo. Queste concessioni, fatte direttamente agli interessati e tenute segrete al resto della comunità, rappresentano delle eccezioni, decise in funzione delle singole coppie, della loro moralità o di particolari necessità. La posizione della Chiesa in ogni espressione pubblica ed ufficiale non le conferma né le rivela.
La prevenzione è quindi fondata su una ben definita condotta morale e sull'informazione. Ogni anno vengono organizzati alcuni incontri con la comunità in cui esperti e religiosi illustrano le caratteristiche del virus e i comportamenti funzionali a non rimanere contagiati. Si cerca di scuotere i fedeli da una sorta di apatia in cui sembrano caduti, sottolineando che alcuni comportamenti licenziosi possono far entrare il virus all'interno delle loro famiglie, contagiando e portando alla morte il coniuge e i figli.
Sono di recente nati alcuni centri di couselling gestiti dalla Chiesa, e sono previsti ampliamenti di questo servizio. Lo scopo principale è aiutare i fedeli a non cadere nella depressione, dare loro la possibilità di trovare una speranza nella fede in Cristo. Un ulteriore obiettivo è quello di seguire i bambini colpiti dall’HIV e gli orfani delle famiglie decimate.
2.1. INCULTURAZIONE E CORPORALITA`
Il sesso è una pratica che sembra caratterizzare in maniera fondamentale la vita delle popolazioni della Tanzania, senza alcuna inibizione né senso di colpa.
Alcuni rintracciano le cause di questo fenomeno nella creazione dei villaggi ujamaa (solidarietà familiare) voluti e realizzati da Nyerere alla fine degli anni Sessanta. La nascita di queste comunità non è stata preceduta da un’adeguata preparazione e differenti tribù si sono trovate repentinamente a contatto, dopo l'abitudine a un certo isolamento. In questi centri, usi e costumi si sono mischiati: tra questi, la pratica del sesso prima del matrimonio e al di fuori di questo vincolo, che caratterizzava solo alcuni gruppi etnici, ad esempio Masai e Wagogo. In ogni caso, anche nelle tribù che non permettevano il sesso prima del matrimonio ed avevano usanze abbastanza restrittive a riguardo, come i Wahehe (stanziati nel territorio di Iringa), questo aspetto della vita era sempre stato trattato in modo molto permissivo, rispetto ai canoni occidentali. La poligamia era ed è una pratica diffusa, i giochi erotici dei bambini sotto i dieci anni erano mediamente tollerati.
L’atteggiamento di queste popolazioni nei confronti del corpo in generale, e quindi anche della pratica sessuale, va inserito in un contesto culturale più ampio. Alcune caratteristiche dello stile comunicativo ad esempio, ancora prevalentemente orale, sono interessanti per comprendere la concezione dell'io e la percezione della realtà di questi gruppi. Uno dei requisiti fondamentali per poter accedere e partecipare ad una comunicazione orale è l'esserci: l'effettiva presenza della persona nel luogo in cui la relazione avviene. Il soggetto che comunica, quindi, non è una presenza astratta, a volte solamente presupposta (come può avvenire nelle comunicazioni scritte) o passiva (come avviene nella comunicazione televisiva o radiofonica, in cui il destinatario è solo ricettivo). Questo tipo di comunicazione, seppure deficitaria sotto alcuni aspetti, presenta una notevole complessità di livelli e una vasta gamma di possibilità relazionali: oltre al significato delle stesse parole, infatti, anche il corpo, con la sua postura e le sue reazioni, contribuisce a creare un messaggio, partecipa attivamente. La parola è movimento: della bocca o del corpo poco importa; essa è azione a tutti gli effetti. È reale, non ha un corrispettivo su carta: se pensiamo ad una parola, noi occidentali immaginiamo una sequenza di lettere, qui in Tanzania la parola è associata ad un oggetto. Non a caso, infatti, le offese verbali sono considerate molto seriamente. Il senso dell'udito, inoltre, al contrario di quanto avviene per la vista, non è monodirezionale né esclusivo. La percezione dello spazio che ne deriva, determinata in primo luogo dall'udito, ha caratteristiche di circolarità e unità. Mentre nelle culture chirografiche l'uomo intende lo spazio come un'astrazione, e la sua posizione come esterna in quanto identificabile e definibile tramite caratteri arbitrari, quali carte geografiche e punti cardinali, nelle culture caratterizzate dalla comunicazione orale l'uomo è fisicamente centro dello spazio, poiché solo così può effettuare una comunicazione e perché tale è la percezione della forma dello spazio che egli ha. Tali esempi sottolineano la centralità del corpo nella vita e nella forma mentis di queste persone. Anche nella liturgia domenicale, che adatta il rituale romano con minime modifiche, pur non discostandosi da esso, è presente una tensione verso il movimento, verso una forma di comunicazione corporale, che si traduce in danze, canti, ed espressioni di giubilo.
La Chiesa romana ha portato in questo continente una religiosità non scevra da retaggi culturali tipici dell'occidente: una forte centralità, l'ufficialità delle gerarchie e dei ruoli e l'immobilità secolare di riti e concezioni. Ha esportato, come sottolinea il missionario comboniano P. Alex Zanotelli, una Chiesa che rimane ancora ‘monocentrica’, e quindi incapace di tradurre nella pratica anche le timide proposte suggerite in materia di inculturazione”. Il cristianesimo appare molto spiritualista e poco legato alle particolari necessità del continente e a usi e costumi locali.
Questa situazione non favorisce una partecipazione attiva della Chiesa nella vita e nella crescita spirituale dei fedeli in Tanzania: sembra essere una nuova sfida che il cristianesimo è chiamato ad affrontare. La parola di Cristo, dato il suo messaggio potente ed inequivocabile, potrebbe facilitare una nuova inculturazione del Vangelo all'interno del contesto africano. Una lettura che lasci spazio a concessioni a livello formale discostandosi minimamente da quella ufficiale, e lasciando intatti i concetti basilari, sembra essere una soluzione vantaggiosa sotto molti punti di vista ed è prevista e auspicata anche dal pontefice: “la Chiesa non si lega in modo esclusivo e indissolubile a nessuna stirpe o nazione […] è in grado di entrare in comunione con le diverse forme di cultura; tale comunione arricchisce tanto la Chiesa stessa quanto le varie culture (Gaudium et Spes).
Il vecchio “linguaggio della dimostrazione, il linguaggio dogmatico” per cui “ci sono delle verità in cui credere, dei comandamenti da osservare, soprattutto in materia di etica sessuale e familiare, di lavoro e proprietà, dei sacramenti da ricevere, e l'importante, più che capire, è obbedire”(H. Obdeijn), si è originato e inserito in un tipo di cultura e di mentalità ben definito; cercare nuove vie nell'inculturazione significa tenere presenti le diverse caratteristiche, culture e mentalità, delle diverse popolazioni.
Aiutare i malati di Aids, compiere una prevenzione informativa e predicare una certa moralità nella società senza tenere in considerazione la concezione del corpo e della sessualità africane, cercando di modificarle all'insegna della cultura occidentale, appare come uno sbaglio. La gioia che scaturisce dalle messe domenicali e da altre occasioni liturgiche, la spontaneità e la fisicità espresse nelle preghiere dai fedeli sono un tesoro da preservare. Nei loro atteggiamenti traspare evidente il messaggio che Dio è Amore e Felicità. I tanzaniani sono estremamente lontani dal concepire il sesso e ogni stimolo corporale come peccato, concezione che invece, grazie ad una tradizione forte di secoli, in Italia ha permeato la sfera sessuale e molte attività del corpo in generale. “A partire da tre detti di Gesù sul matrimonio e sul sesto comandamento, la chiesa è stata molto dura e ha costruito una teologia morale estremamente esigente”(P. A. Zanotelli): questo, considerando i costumi correnti, può anche essere considerato positivamente. Piuttosto che sottolineare gli aspetti negativi di un concetto, però, si può procedere all'opposto, rimarcando la gioia che può portare alla virtù: l'uomo non deve mortificarsi […] Gesù ci invita più volte a ‘vivificare’ quello che abbiamo”(P. A. Maggi). La castità può diventare una risorsa e una ricchezza, ma anche trasformarsi in “castità - umiliazione, vuoto, povertà”(A. Paoli). Una nuova forma per divulgare il Verbo, che sottolinei senza possibilità di deroga gli aspetti festosi e gioiosi della religione cattolica, produrrebbe una moralità salda, ma al tempo stesso non cercherebbe di modificare con la forza la mentalità e cultura tanzaniane, che si adatterebbero spontaneamente e con le loro modalità alla nuova proposta. Infatti, l'incontro autentico fra il Vangelo e la cultura in definitiva trasforma la cultura. Ma il Vangelo conferma anche la validità di ciò che è buono e bello all'interno della cultura particolare; e se l'unico messaggio che viene comunicato nella predicazione è negativo e permeato di giudizi critici nei confronti della modernità” afferma Pecklers “allora le preoccupazioni di mons. Maggiolini sono giustificate”.
Il vescovo di Como in un suo libro recente ha lanciato un monito sul rischio di estinzione della Chiesa in Italia, ma cause identiche avrebbero il medesimo effetto nel resto del mondo. Non è solo una questione di forma: sottolineare il peccato e la pena conseguente è un aspetto tipico del potere, che ha tre radici, come sottolinea Arturo Paoli, tra cui la paura, così indotta nei fedeli. È un aspetto da prendere seriamente in considerazione, se la Chiesa oggi è più presente come potere religioso che come forza religiosa”(A. Paoli). Nel Vangelo di Giovanni si distrugge “una categoria che era il pilastro della legge: la discriminazione tra quello che è puro e quello che è impuro […] come tutto quello che concerne la vita sessuale, ogni rapporto sessuale rendeva impuri […] tutto quello che riguarda la sfera del bello e del piacevole è visto con sospetto, perché rischia di diventare peccaminoso. Gesù si sbarazza di tutto questo”(P. A. Maggi). Piuttosto che sottolineare una possibilità che non deve necessariamente realizzarsi, è meglio gioire dei doni ricevuti.
In Africa il corpo non è tendenzialmente percepito in modo duale, come spirito e carne, quindi al professare e credere in una determinata etica segue solitamente un corrispondente stile di vita, e correggere atteggiamenti degenerati. Una comunità cristiana africana, basata su amore e carità verso il prossimo, inoltre, aiuterebbe e stimolerebbe la popolazione locale a farsi carico dei malati, eliminando e arginando gli effetti dell’ignoranza. Identificare le espressioni corporali e il sesso in particolare con il peccato, la malattia con la punizione, facendo leva anche sulla credenza nel trascendente e nel magico in generale, equivarrebbe a ripetere errori commessi in passato.
3. EFFETTI SOCIALI ED ECONOMICI DELL’EPIDEMIA
L'epidemia e le modalità per combatterla chiamano in causa problematiche differenti ed eterogenee. Ugualmente il virus ha effetti devastanti non solo sui malati e sulle loro famiglie, ma su tutto il continente e sotto molteplici aspetti. È già stato accennato al problema dei figli di genitori positivi. L'HIV abbassa le difese immunitarie e nel caso che i figli siano contagiati il loro destino è segnato. La povertà crea malnutrizione e mancanza d'igiene, costituendo un terreno fertile per le malattie opportunistiche che in due o tre anni uccidono i neonati. Le malattie si accumulano e le infezioni, che si potrebbero curare a volte con un semplice antibiotico, conducono un neonato velocemente alla morte. Chi, invece, rimane orfano all'età di 8-10 anni diventa facilmente un ragazzo di strada, fenomeno evidente e dilagante a Iringa e in tutte le principali città dello stato.
Un’intera generazione viene falciata via, e rimangono vecchi oberati da figli e nipoti che sono costretti ad accogliere, e che non sempre riescono a seguire, e che crescono comunque in moltissimi casi in condizioni disumane. Non solo la società, ma anche l'economia tanzaniana ne risente. Le persone tra i 15 e i 45 anni muoiono: nel 2000 la forza lavoro è scesa del 13%, e la percentuale cresce regolarmente. Il potere di acquisto delle famiglie si riduce per mancanza di entrate o per l'aggravio delle spese per la salute: quindi, sempre meno soldi vengono investiti per l'istruzione e il vitto, e chi ne paga le spese sono soprattutto i ragazzi.
Quando il peso finanziario per medicine e cure non è più sostenibile dalla famiglia, la donna malata viene ricondotta alla famiglia d’origine, l'uomo, invece, rimane in casa e i familiari devono andare avanti senza il sostegno del capo famiglia. La famiglia ristretta smette semplicemente di esistere, quella allargata non sempre può sostenere un impegno così gravoso. I rapporti parentali, fondamentali nella vita delle popolazioni africane, svaniscono. Un ingiusto debito estero, inoltre, ha corroso anno dopo anno le risorse del paese, progressivamente ridotto la spesa pubblica nei settori nevralgici ed essenziali per la collettività e una ripresa economica senza forza lavoro diventa ancora più impensabile. Tutto sembra girare senza possibilità di cambiamento attorno al binomio povertà/ricchezza.
L’Africa moribonda è completamente succube dei ricatti da parte di stati e industrie sfruttatori, ed è interesse dell'Occidente non cambiare la situazione minimamente. Anche la mancanza di medicinali è dovuta sostanzialmente a brevetti che tutelano il diritto alla proprietà intellettuale, ma soprattutto i possibili guadagni.
4. MEDICINALI: BREVETTI E FARMACI GENERICI
Dal 1996 sono disponibili sul mercato gli antiretrovirali, medicinali che nel 2004 dovrebbero creare, secondo le previsioni, un giro d'affari di 6 miliardi di dollari. I brevetti, accordi politico-commerciali garantiti dal Wto, che tutelano questi farmaci sono regolati sostanzialmente da tre accordi: il Trips risalente al 1996, la Dichiarazione di Doha del 2001 e l'accordo del 30 Agosto 2003. Le notizie rintracciabili sui media producono un labirinto fitto e contraddittorio, di botte e risposte, paradossi misti a rassegnazione, limpide dichiarazioni di fiducia e disperazione. Le multinazionali hanno condizionato l'opinione comune e abbassato le attese al punto da renderla rassegnata e da far recepire il progetto accesso accelerato, creato da sei multinazionali farmaceutiche e alcune organizzazioni mondiali con lo scopo di fornire a prezzo ribassato i medicinali a 150.000 pazienti, come “un passo avanti”. La situazione ha perso completamente i propri contorni: sono 6 miliardi le persone che necessitano immediatamente e urgentemente di cure e le case farmaceutiche hanno stravolto i termini della questione tanto da far apparire simili progetti come risultato della loro buona volontà. Il costo dei brevetti è giustificato dalla necessità di ottenere i fondi dagli introiti per continuare la ricerca. Se il dottor Kouchner, il creatore di Medici senza Frontiere, sembra confermare questo punto, il professor Weatherall da Oxford ribatte che dal 1975 al 1999, dei 1233 farmaci creati, solamente 13 riguardano le malattie tropicali. Pare quindi che il sistema biomedico mondiale si interessi alle necessità dei paesi ricchi e su di loro fissi anche i prezzi. Inoltre, dal 1996 ad oggi gli antiretrovirali sono stati perfezionati. L'Africa consuma l'1% dei farmaci venduti nel mondo, e nel 2002, su un totale di quasi 18 miliardi di sterline di entrate, solamente 575 milioni di sterline provenivano da Africa e Medio Oriente: i soldi per la ricerca provengono quindi, tuttora da altri mercati, perché non ne esiste effettivamente uno africano. Non sarebbe un problema vendere a prezzo di costo o comunque a prezzo inferiore i farmaci in questo continente, al fine della ricerca. Anzi, la promozione d'immagine che ne risulterebbe per le multinazionali, gratuita e efficace su scala mondiale, basterebbe a compensare eventuali perdite, ma si temporeggia a lungo perché si teme che un’iniziativa come questa possa essere usata quale “precedente”.
La proposta di vendere i tre principi attivi che servono alla cura in un unico prodotto, che sembrerebbe una soluzione attuabile, scongiurerebbe anche la possibilità che i malati europei e americani cerchino di comprare medicinali ad un prezzo inferiore, perché non potrebbero servirsene.
I farmaci generici, che vengono oggi prodotti, hanno cambiato un poco i termini della questione. Il Brasile è riuscito a produrre localmente i medicinali dimezzando la mortalità per Aids e risparmiando 442 milioni di dollari sulle spese per le cure mediche, denaro che ha coperto quasi totalmente gli investimenti per le terapie. Il prezzo più basso per questi farmaci è proposto dalla ditta indiana Cipla ed è di 140 dollari all'anno per paziente. Gli accordi prevedono che i paesi poveri beneficino di deroghe specifiche per produrre farmaci-copia: le regole che consentono queste azioni sono così complicate, però, che nessun paese ne ha ancora beneficiato. La mancanza di infrastrutture e finanziamenti, inoltre, sarebbe un altro freno a queste deroghe. Altri affermano che i governi non si azzardano a farlo: pressioni politiche e ricatti industriali e agricoli fermano ogni iniziativa. Un lavoro di lobby perfetto, che avrebbe spinto anche l'amministrazione Bush a finanziare solamente progetti che prevedono la fornitura dei farmaci “di marca”. Sono comunque molteplici i progetti che ormai stanno prendendo piede, a volte con notevoli risultati, anche se interessano una piccola parte di popolazione: sono dei modelli operativi che dimostrano che anche con pochi soldi è possibile sostenere e curare i malati di Aids in Africa. Il progetto Dream, in Mozambico, e Medici senza Frontiere a Città del Capo sono due esempi di come le infrastrutture possano adattarsi alle particolari situazioni ed abbiano dato risultati incoraggianti. La mancanza di fondi comunque è un problema che spesso pesa: il Fondo globale per la lotta all’Aids, che ha l'obiettivo di raccogliere 10 miliardi l’anno, ne ha recuperati solamente 4.7 dal 2001 ad oggi. A questo si aggiungono le lungaggini burocratiche e i molteplici passaggi e mediatori, che spesso intralciano il sistema, sempre più lento. In Tanzania sono inoltre presenti 4 medici per 100.000 abitanti, molti dei quali non sono ancora pronti per trattare i pazienti con i nuovi farmaci.
5. CONCLUSIONE
Tutti questi dati, analisi e considerazioni sono completamente deviati da un unico macroscopico errore di fondo: il loro linguaggio e i procedimenti sottostanti sono di natura economica e politica. L'aberrazione sta nel considerare un malato come un nuovo mercato, un possibile profitto; considerare un diritto come ottenibile solo in base al potere di una nazione a livello internazionale o grazie a favori commerciali, e non come dovuto ad ogni singola persona. Questo pensiero riduce il malato a un’entità astratta, un numero per le statistiche sopra riportate. Non esiste e non può esistere la logica del do ut des di fronte al valore della vita umana. Una parte del mondo continua a interrogarsi, discutere e legiferare sui motivi per cui l'altra parte dello stesso pianeta muore. Lo stiamo facendo anche noi, con queste righe, mentre il Sud effettivamente muore, in questo preciso momento. Come è possibile che, avendo scoperto i primi casi ufficiali nel 1983, lo stato della Tanzania, e con esso la maggioranza delle associazioni umanitarie, si siano mossi solamente dopo 20 anni? Com’è possibile ciarlare sul prezzo dei farmaci, sul diritto di proprietà intellettuale delle medicine che servono subito, immediatamente a milioni di persone? Di quale diritto stiamo realmente parlando? Soprattutto, di quale intelletto?
L’unica scelta che può essere fatta è di spostare tutti i ragionamenti su un altro livello, più alto e omnicomprensivo: la vita. Se tutti noi mettessimo realmente questo valore al primo posto nella scala delle priorità, posto che le spetta, il "come"”potrebbe far discutere, ma il "cosa"”risulterebbe estremamente evidente e chiaro.
Una mamma ad Iringa ha lasciato morire tre suoi figli di inedia, smettendo di occuparsene poiché aveva trasmesso loro il virus ed erano diventati un peso troppo grande da sopportare. Il quarto si è momentaneamente salvato grazie all'intervento dell'Associazione Papa Giovanni XXIII e del Centro Allamano, che forniscono alla madre un aiuto materiale e tengono sotto controllo la salute del bimbo. Non è possibile scindere la crudeltà di questa donna dalla nostra, non è possibile differenziare il nostro comportamento dal suo. Ancora, la lucida atrocità della situazione vanifica ogni ricerca delle cause, perché gli effetti sono troppo terrificanti per lasciare spazio ad ulteriori ragionamenti.
Daines è una bambina di cinque anni, orfana poiché la malattia che l'ha contagiata ha ucciso i suoi genitori, vive con i nonni, che cercano di curarla e contemporaneamente di lavorare. Capita spesso, quindi, che resti da sola a casa e che il suo fisico, martoriato dal virus, non le permetta di uscire, di giocare con altri bambini. La debilitazione causata dalle malattie opportunistiche e la solitudine caratterizzano le sue giornate. Il suo sorriso esplode se qualcuno si reca a trovarla, la sua vitalità riaffiora, ed è sconcertante pensare a quanto potrebbe vivere felice se solo potesse essere curata, e trascorrere decentemente gli anni che le restano.
In genere i bambini africani reagiscono in modo sorprendentemente positivo agli antiretrovirali, il livello di anticorpi torna normale in pochissimo tempo e consente loro di condurre un'esistenza quasi normale. Ma la realtà è che la gente in Africa fa l'unica cosa che noi, la povertà e il virus le permettono di fare: aspetta inerme di spegnersi.
Fonti utilizzate per la stesura di questo articolo:
-Intervista a Suor Michela, missionaria della Consolata, direttrice del Centro Allamano
-Intervista a Roida Kimbe, assistente sociale
-Intervista a Padre Msombe, Parroco di Ipogolo
-Intervista a Mkwagila, medico del C.U.A.M.M.
Articoli:
-Il diritto alla terapia o L’Africa scompare, Avvenire, 28 marzo 2004
-Diritto alla salute: dieci anni buttati, l’Unita`, 9 gennaio 2004
-Farmaci anti-Aids: super business che esclude l’Africa, Avvenire, 13 aprile 2004
-Kouchner: Ricchi egoisti le epidemie sono battibili, Avvenire 28 marzo 2004
-Farmaci anti-Aids: una sfida mondiale, Avvenire 28 marzo 2004
-Chiamate un dottore, D 6 marzo 2004
Report e saggi:
-VCT & HBC SERVICES-IRINGA REGION-ANNUAL REPORT 2003, C.U.A.M.M.
-Liturgia e inculturazione. Celebrazioni eucaristiche creative. E.E.Uzukwu

