15 maggio in Cile: obiezione di coscienza e cultura di pace
È anacronistico parlare di pace in questo nuovo secolo che tanto assomiglia a quello scorso. Non è di moda in Italia, o lo è stato solo per il tempo che impiega una colorata bandiera a sbiadirsi nello smog delle nostre città. Non è politically correct in USA, vista l'urgenza di combattere il terrorismo mondiale, l'altro fondamentalismo. Non è di buon gusto nemmeno in Cile, un paese che nel valore militare affonda le sue radici e ripone la sua falsa identità, non riconoscendo neppure i propri unici originali tratti somatici. In effetti questi sono stati annacquati dalla violenza della Conquista spagnola sulle donne di un tempo, tradizione tristemente attuale nelle dinamiche famigliari. La pace è contro corrente.
Eppure nel 1936, in piena epoca fascista, ebbe luogo a Brussels un inascoltato Congresso Europeo per la Pace. Eppure un giorno un uomo di nome Gandhi spiegò con la propria vita il cammino della nonviolenza. E nel Cile di oggi capita di trovare in una scuola di periferia una ragazzina che ti spiega che così non va, che nemmeno nel suo istituto si rispettano i Diritti Umani e che non sa cosa fare con quell'energico desiderio di giustizia di fronte ai suoi compagni addormentati e ben addestrati al silenzio. Oppure capita di ascoltare la testimonianza di un ragazzo che ha appena terminato il Servizio Militare dove è stato testimone di tanta corruzione, violenza, indottrinamento, e che, con celato orgoglio, racconta di non aver risposto “sissignore” alla richiesta di dare la vita per una bandiera.
Dan non è riuscito ad accettare l'idea di un mondo militarcentrico.
In occasione della giornata mondiale dell’Obiezione di Coscienza il movimento anarchico "Senza Casco né Uniforme" (MOC) promuove all'Università Boliviana di Santiago del Cile un seminario di cinque giorni accompagnato da un laboratorio di nonviolenza attiva. La settimana successiva la “Rete per l'Obiezione di Coscienza”(ROC) organizza un concerto raggae e folcloristico per poter parlare ai giovani del loro mancato diritto alla scelta del futuro, per il mancato appello dello stato al loro consenso ed alla loro cittadinanza attiva spenta nell’obbligatorietà della leva. Ma il giorno esatto dell'Obiezione di Coscienza, il 15 maggio, anche giorno della famiglia, (chissà perchè dobbiamo fissare compleanni alle utopie per ricordarci di inseguirle), la scena nelle strade del centro come nelle poche monopolizzate testate giornalistiche sarà di un rinato gruppo neonazista che sfilerà contro tutte le diversità a partire dal movimento omosessuale apertamente minacciato. La festa della pace lascia spazio al militarismo. La marcia non è autorizzata, ma si farà, ed il vincitore sarà comunque la violenza che, non contenta di entrare via cavo nelle nostre case ogni giorno, conquisterà un altro pò di spazio oltre la linea gotica della nostra capacità di lettura critica.
Una rapida analisi del contesto chiarisce come questo sia possibile. Seppur con le dovute differenze la leva è obbligatoria in Messico, Equador, Colombia, Perù, Cile, Cuba, Venezuela, Brasile, Paraguay. In altri paesi del continente il discorso risulta più vago e non è attuata di fatto la chiamata alle armi pur non essendo riconosciuto il diritto all'Obiezione di Coscienza. Molto spesso non servono le leggi ad obbligare al Servizio Militare; il neoliberismo e l'economia delle oligarchie mette in campo un’arma molto più propagandistica: l'ineguale distribuzione delle ricchezze che porta alla fame.
Solo il Costa Rica incarna l'utopia di non possedere nemmeno un esercito. La discussione in effetti è feconda: alcune posizioni dei gruppi sociali attivi in Cile per l'Obiezione di Coscienza sposano una più radicale tesi antimilitarista, salvo poi non seguire l'unica via possibile per la pace: la nonviolenza. Rimane però interessante lo stimolo a proiettare l'Obiezione di Coscienza ad un livello più profondo senza limitarsi ad un’accettazione della stessa da parte di un già soddisfatto sistema militare. In quest'ottica anche in Europa il cammino è ancora lungo e l'idea di corpi civili di pace rappresenta una buona notizia.
In America Latina la logica della violenza non è solo endemica, ma importata dagli Stati Uniti talvolta con il nome di alcune multinazionali, altre con il nome di lotta al narcotraffico. Nonostante gli USA stiano contribuendo ad una massiccia militarizzazione della regione, il traffico di droga non va diminuendo. Sebbene non coperta mediaticamente, l'ingerenza degli Stati Uniti continua la sua influenza nella regione e, seppur non nei modi palesemente interventistici del passato, continua promuovendo una cultura di violenza.
Sotto certi aspetti il Cile rappresenta un’eccezione nel panorama sudamericano in quanto soggetto prediletto del libero commercio. Il serio problema del militarismo che colpisce tutto il continente non è molto visibile in Cile. Non facciamo riferimento solo alla carriera armamentista, pur ricordando l'acquisto da parte dell’Argentina di alcune navi da combattimento inglesi, o l'affare che ha da poco concluso il Cile con quattro navi d'occasione dall'Olanda, o il più povero Perù, con l'acquisto della dismessa flotta italiana. Parliamo soprattutto di militarismo sociale e psicologico. Ovvero quella corrente di pensiero, o al contrario di silenzio delle menti, quella cultura della violenza, nata dalla paura che ha dato l'appoggio al governo per intervenire militarmente ad Haiti a fianco di USA e Francia. Quel monopensiero che ha consensualmente e tacitamente accettato il TLC con gli Stati Uniti a scapito dello sviluppo economico della regione (Mercosur). Quel militarismo dell'educazione che, come ci racconta un Casco Bianco in visita in Bolivia, insegna ai bambini il disprezzo e l'odio verso il vicino oltre la non riconosciuta frontiera.
Il Servizio Militare in Cile ripete le medesime forme di sempre: autoritarismo, uniformità, violenza fisica e psicologica, xenofobia e sessismo. A livello legislativo è in discussione una proposta di legge: alcuni deputati pensano ad una commissione che attesti la volontà dei giovani, un percorso parallelo a quello che ha attraversato l'Italia, altri parlano di Obiezione di Coscienza senza riferirla al Servizio Militare. Proprio in questi giorni il tema è stato ipocritamente impiegato a scopi politici per scendere in campo a favore di quei sindaci della destra che non vogliono ricevere la direttiva del governo di centrosinistra che permette il libero accesso alla pillola del giorno dopo, ora distribuita gratuitamente. Senza entrare nel merito delle opinabili linee guida di un governo che non segue certo una politica di aiuto alla vita, appare stridente il contrasto delle affermazioni di chi riconosce l'Obiezione di Coscienza solo quando e dove risulti utile alle proprie logiche e propagande elettorali. In ogni modo per non toccare la Costituzione dell'ottanta, eredità del governo Pinochet, l'eventuale Obiezione di Coscienza alla leva non sarebbe valida in caso di guerra, possibilità non cosi remota.
Il 15 maggio ribadisce la necessità di una cultura di pace che in questo pianeta globalizzato ed interconnesso nasce dalle società del Nord come dalle proprie iniziative del Sud del mondo. Non possiamo festeggiare la semplice accondiscendenza di alcuni governi, dobbiamo promuovere attivamente il diritto all’Obiezione di Coscienza. In Equador, come in altri paesi, esiste la possibilità riconosciuta di non effettuare il Servizio Militare. Purtroppo da un lato le alternative sono carenti e deludenti e dall'altro la necessità economica spinge di fatto a scegliere contro la propria coscienza, ma a favore dello stomaco! Di fronte a queste situazioni alcuni movimenti della società civile cilena sono protagonisti di una cultura di pace (ricordiamo l'esempio e la persona di Luis Cardena, recentissimamente mancato); il 15 maggio questi movimenti non festeggiano, ma continuano la propria lotta per i diritti umani verso un mondo piu giusto.

