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Cile

Marcha por la Paz

A Santiago si marcia per la pace, dopo che il governo ha inviato ad Haiti 336 militari, mobilitandosi in pochissime ore e prima di chiedere consenso (obbligatorio) delle due camere.
Giuliano Cunico (Casco Bianco a Santiago del Cile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 23 aprile 2004

Ieri ho partecipato alla marcha por la Paz che si è svolta a Santiago, così come in tante altre capitali del mondo. Secondo i giornali, ad esempio La Terzeria, eravamo in tremila, ma poco importa il numero. E' stata una marcia semplice, forse con troppe bandiere degli schieramenti politici e con una miriade di associazioni e gruppi ciascuno col proprio simbolo.
Per esempio vicino a noi Caschi Bianchi, c'erano gruppi di studenti universitari, un gruppo di lavoratori delle miniere di cobre, il rame, uno di ragazzi vestiti di nero che cantavano slogan anti-imperialisti, e uno di frati francescani.
C'era di tutto, forse era un po' troppo frammentata, ma quello che è stato importante è che la folla abbia marciato con ordine e con tranquillità. Come luogo di arrivo è stato scelto un luogo simbolo per questo Paese, ossia La Moneda sede della Presidenza della Repubblica ma soprattutto testimonianza del golpe militare del 1973.
Davanti a La Moneda si concludeva il corteo e li c'è stato l'unico atto per me non condivisibile (e che però fa parte di tante manifestazioni) che è l'incendio della bandiera statunitense (spesso ci si dimentica che una cosa è un governo e un'altra i cittadini di un paese).
Questo fatto tuttavia è legato agli ultimi avvenimenti che hanno occupato la politica estera cilena. Qua l'attenzione è rivolta ad Haití, dove questo governo ha inviato 336 militari (di cui 30 ufficiali e 306 membri del personale permanente), mobilitandosi in pochissime ore e prima di chiedere consenso (obbligatorio) delle due camere. Certo poi l'appoggio è arrivato dal Senato e dalla Camera dei Deputati, ma ci si è chiesti perché tanta solerzia e perché ci sia stata la volontà di far passare l'idea che il dibattito parlamentare sia una mera formalità.
Lo scopo della spedizione, non sarà mantenere la pace (termine técnico "mantenimento" secondo il capitolo 6 della Carta delle Nazioni Unite), ma si tratterà di imporre la pace ( "imposizione" secondo il capitolo 7 del regolamento), il che significa che il grado di intervento è maggiore, è più forte in termini di rischi ma soprattutto in termini di operatività.
Certo c'è la voglia da parte del Cile di contare di più nello scenario continentale, ma sembra che questo possa essere in qualche modo un messaggio diretto ai paesi confinati.
(settimanale Erillia n. 3237 del Marzo 2004 "Juegos en las grandes ligas")
Tutto questo non rientra in una logica di sviluppo, ma solo di protezione dei propri interessi, e ciò a sua volta porta ad isolarsi e ad individuare nella forza l'unico mezzo per mantenere quello che si è "conquistato", non rendendosi conto che non si può star meglio se i paesi vicini sono al collasso e che la spesa per il potenziamento della difesa sottrae il futuro a strati di popolazione piuttosto ampi. Concludo con un esempio: il Cile ha acquistato 4 navi militari dai Paesi Bassi, il Perù ha acquistato a sua volta quattro navi militari dall'Italia. Certo i ministri dei rispettivi paesi si sono affrettati a dire che si tratta di normali processi per evitare l'invecchiamento della flotta, però...è strano che il tutto sia avvenuto a quattro settimane di distanza.

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