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Bolivia

Le "Bolivie" che non conoscerò mai

Le contraddizioni e gli squilibri di un mondo stratificato e complesso. Difficile capire ed etichettare una realtà contraddittoria come quella boliviana, difficile dare un giudizio: meglio porsi in ascolto, approfondirne la conoscenza, per capire le cause remote e controverse di tante divisioni e di paradossali squilibri.
Saverio Bartalini (Casco Bianco a La Paz, Bolivia)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 31 agosto 2002

Quando son atterrato a La Paz credevo di essere atterrato in una nazione. Adesso, pensando che, tra non molto, torneró in Italia, non saprei dire quante sono le Bolivie che vedró allontanarsi dal finestrino. Anche solo lo scalo a Santa Cruz, terza grande cittá della Bolivia, mi sembra una visita ad un altro mondo.
Noi Italiani, fin dai tempi di Garibaldi, siamo stati dei maghi nell'unificazione, capaci di trovare motivi di coesione tra Friulani e Siculi (se non altro ... la Nazionale!!!), nonostante i Bossi degli ultimi anni che vorrebbero azzoppare lo stivale...
Ecco, qui in Bolivia hanno la Nazionale, ma non sono tutti tifosi, hanno l'inno, ma non tutti lo cantano. Per tanti, tanti motivi. Di sicuro non tutti, qui, possono vedere le partite della loro "selección" in TV (non ce l'hanno!!!) o ascoltarle in radio... il fatto é che nemmeno tutti sanno parlare il castigliano... figuriamoci cantare l'inno!
Non si tratta di dialetti, ma proprio di lingue diverse, e di culture, tradizioni, mondi completamente differenti. In questi mesi io ho vissuto in 2 di questi sotto-mondi: la cittá di La Paz, dove vivono i gringos (bianchi) ricchi e i "mesticci svergognati" che con essi scendono a compromessi e fanno affari, e il campo, zona Ande-Altipiano, territorio dl popolo Aymara e lembo dell'antico, grande impero Inca. I bloqueos de las carreteras (blocchi delle strade, in segno di protesta) che per quasi un mese hanno reso incomunicabili questi due mondi, sono l'esempio più chiaro dell'abisso che vi intercorre.
Non é stato facile viverci, in nessuno dei due; un sottile senso di disagio non mi lascia mai in pace. In città perché, con i miei occhi da occidentale, non posso mai fare a meno di cogliere lo stridore fra i lucidi vetri dei grattacieli del buisness centre (dove hanno le loro sedi aziende come la CocaCola, la Nestlé, le più note case di articoli sportivi e tutte le filiali delle grandi case automobilistiche statunitensi, europee e giapponesi) e le case della periferia, scalcinate e pericolanti, separate da viuzze polverose dove dormono cani, ubriachi e ragazzi di strada; e un po' mi sento colpevole, a nome di un sistema inumano che si vuole imporre dovunque senza guardare in faccia a nessuno.
Nel campo, perché mi sento davvero un estraneo, quando nonostante tutte le sincere manifestazioni di affetto che i pueblani mi dimostrano, mi accorgo che il ragionamento profondo che spesso ancora li muove é la volontà di "fregarti", a te bianco che da più di 400 anni non hai mai smesso di derubarli.
Questa, secondo me, é la grossa cicatrice lasciata dalla colonizzazione: ormai l'Occidente é entrato a fondo nella cultura, nella razza, ma non c'é mai stata una reale conciliazione tra le culture e le razze.
La Bolivia si avvicina alle elezioni politiche. I partiti che si presentano sono più di 25. Se si dividesse la Bolivia in 25 regioni autonome, ogni partito avrebbe il 100% dei voti in una di esse. Non c'é conciliazione.
E quello che mi spaventa di più è che le bocche che si usano per stabilire un dialogo sono quelle dei fucili dell'esercito, e le pietre che si usano per costruire le fondamenta di uno stato civile e democratico sono quelle che bloccano le strade e fracassano i vetri delle auto e le teste di ignari passeggeri.
La violenza sembra accettata senza troppe smorfie: da quando sono arrivato ci sono stati più di 10 morti per parte (esercito e civili) e non pùú di qualche pagina di giornale a ridosso degli eventi. Perfino gli USA sembra stiano togliendo i finanziamenti all'esercito Boliviano per il programma di eradicazione della coca, illegale nel Chapare, dopo che è stata constatata la situazione di pesante violazione dei diritti umani dei coltivatori.
Si continua a combattere: nel Chapare per avere la coca, sull'Altipiano per avere i trattori nei campi, nelle carceri per avere cibo e servizi sanitari di base, dappertutto per avere strade, acqua, fogne. In un anno a La Paz ci sono state circa 360 manifestazioni e cortei di protesta, quasi uno al giorno, feste comprese. E continueranno ad esserci.
L'unica voce di pace, del tutto non-violenta, che trova una certa risonanza é quella dell'ormai chiamata "Commissione dei mediatori", formata dal vescovo di Cochabamba Mons. Tito Solari, dal rappresentante della commissione per la tutela dei diritti umani dell'ONU, e dal cosiddetto "Difensore del Pueblo", figura della quale non ho ancora ben capito il grado di istituzionalizzazione. Ma é una voce troppo flebile, non viene ascoltata dal popolo, anzi dai popoli.
Ieri ho letto su un giornale la dichiarazione di una storica di Santa Cruz: "A noi della Bolivia orientale, ai coltivatori di coca del Chapare, la protesta dei campesinos dell'Altipiano (ovest) non dice veramente niente. Non ci capiamo, non parlaimo l'aymara come loro."
É vero, qui é difficile capirsi; tali sono le basi sociali e culturali di questa Bolivia-mosaico.
Forse é troppo poco, per arrivare ad una vera e pacifica unità, cominciare la settimana scolastica nei collegi cantando l'inno nazionale.

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