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La testimonianza di due fra i primi giovani che hanno scelto di aderire al progetto Caschi Bianchi come obiettori di coscienza.

Un'obiezione che vale

La scelta di due giovani Obiettori di Coscienza impegnati nel progetto
caschi bianchi all'interno dell'Operazione Colomba, associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.
a cura di Samuele Filippini (Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII)

Piero Caivano e Mattia Marchi sono OdC dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII in servizio civile dal 23 Febbraio del 1999. Fanno parte di un progetto sperimentale della Regione Emilia Romagna a cui il Servizio Obiezione e Pace dell'Associazione ha aderito con il progetto "Caschi Bianchi" a cui aderisce anche un altro ragazzo, Mauro Borioni. Dall'inizio del servizio questi 3 OdC sono stati in missione in Macedonia, Albania, Kossovo. Questi OdC svolgono queste missioni grazie all'art.9 della legge 230/1998 "Riforma dell'Obiezione di Coscienza" che per la prima volta riconosce legali le missioni umanitarie degli OdC. In Kossovo dal 1998 si sono recati in Kossovo ed Albania almeno 60 OdC della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e di altri enti italiani.

Piero: mi presento, mi chiamo Piero ho 19 anni sono di Maranello, prima di fare l'obiettore facevo l'operaio elettricista e non conoscevo l'associazione Papa Giovanni.
Mattia: io sono Mattia ho 22 anni, casco bianco di Bologna, studiavo giurisprudenza e neanch'io sapevo niente di questa cosa.

Int.: perché hai deciso di fare l'obiettore di coscienza?
Piero: ho deciso di fare l'obiettore di coscienza per non perdere un anno, 10 mesi della mia vita stando in una caserma a pulire il fucile e a fare chissà cos'altro e perché sono contrario ad ogni tipo di violenza e a tutti i tipi di armi.
Mattia: io per gli stessi motivi, per non perdere 10 mesi e per fare qualcosa di utile che non è certo andare a marciare, o ad obbedire a ordini di persone che, il più della volte, non sanno neanche loro cosa stanno facendo...

Int.: ma quando voi dite "fare qualcosa di utile", cioè perché pensate quello è inutile...
Mattia: perché secondo me fare il militare lascia il tempo che trova, cioè, mi rendo conto che come esperienza può essere "costruttiva", che trovi nuovi amici e fai esperienze che probabilmente, almeno si spera, non ripeterai più nella vita, ma, personalmente, ritengo che interiormente ti lasci di più l'esperienza del servizio civile...

Int.: ma tu, invece di venire a fare l'obiettore, potevi andare a fare il parà, perché non sei andato a fare il parà? Loro nelle missioni all'estero ci vanno...
Mattia: ma c'è una bella differenza, la nostra missione è stare in mezzo alla gente, andare in giro per le case, stare con loro...è una cosa umanitaria, sostanzialmente diversa dal rapportarsi in veste militare ..
Piero: i militari invece vanno in missione solo perché pagati dallo stato, non hanno alcun interesse al lavoro che dovrebbero svolgere come militari, ma a differenza di noi sono in missione perché obbligati, e con un'arma in mano.

Int.: ma prima di fare l'obiettore questa cosa ce l'avevate già chiara un po': il discorso della violenza e della nonviolenza, rispetto questa cosa, cosa provavate?
Piero: qualcosa sulla nonviolenza conoscevo, anche se non tanto: man mano che vai avanti, cresci e impari sempre cose nuove, visto che la nonviolenza è uno stile di vita e non una cosa che pratichi in un giorno, non pensavo di andare a fare l'obiettore per salvare il mondo, ma almeno cercare di essere utile, visto che è un "obbligo".

Int.: prima del servizio civile ti è arrivata una lettera, che lettera era?
Piero.: era una lettera della regione Emilia Romagna che chiedeva a obiettori normalissimi di partecipare a questo nuovo progetto della regione.

Int.: e cosa ha spinto voi ad alzare la cornetta del telefono e chiamare?
Mattia: per me è stata la curiosità di conoscere questa cosa del servizio all'estero, mi attirava l'idea di fare servizio in un altro stato.
Piero: anche a me incuriosiva la possibilità di svolgere un servizio per i più sfortunati.

Int.: siete stati un mese in Albania in un campo profughi con oltre 900 rifugiati del Kossovo, com'è stato questo mese?
Piero: in Albania, a parte i primi giorni, che sono stati davvero allucinanti, ho stretto dei buoni rapporti, e lì è arrivata la svolta: ho più motivazioni a veder questa povera gente che prima aveva tutto, aveva la lavatrice, il frigorifero, una casa, degli animali, aveva una vita molto tranquilla nella sua campagna, e si sono ritrovati a passare tre mesi durissimi in Albania, la discarica dell'Europa. Se io mi fossi trovato nella loro stessa situazione non so cosa avrei fatto.

Int.: se provi a guardare adesso all'esperienza albanese, se dovessi fare un bilancio che significato ha avuto questa cosa?
Mattia: è stata la spinta per andare in Kossovo, grazie all'entusiasmo di cui parlavo, sono riuscito a convincere Alan, un mio amico, a venirci anche lui, è stata molto toccante come esperienza, in qualche modo ti cambia...

Int.: cosa vuol dire ti cambia?
Mattia: vedendo la sfortuna di questa gente e il modo in cui viveva, capisci che alla fine le cose materiali non sono così importanti, vedi queste persone che non hanno più niente, ma che comunque hanno ancora la voglia di vivere e di andare avanti, di continuare a ridere e a scherzare, nonostante non abbiano più niente.

Int.: e invece il Kossovo?
Mattia: in Kossovo siamo andati a vivere con queste persone, abbiamo visto come si stanno impegnando, come hanno ricostruito velocissimamente, come, dopo la guerra, si stanno riorganizzando per ricominciare a vivere.

Int.: provate a spiegare cosa avete fatto, dove siete stati.
Piero: quando siamo arrivati in Kossovo, nei primi quindici giorni, un po' per ambientarci un po' per conoscere le persone, andavamo in giro a trovare le famiglie, guardavamo com'era la situazione, però il dialogo era molto freddo: salutavamo e chiedevamo se avevano bisogno di qualcosa, andavamo alle associazioni umanitarie e anche queste all'inizio erano abbastanza indifferenti nei nostri confronti. Poi siamo andati a vivere a Poceste, un villaggio albanese a 5 Km da Pec/Peja (area in cui è presente l'esercito italiano) e confinante con un villaggio serbo, Gorazdevac, e lì vedevamo la gente che viveva ancora nelle tende di fianco alle loro case bruciate, che cercava di ricominciare, con i soldi messi da parte comprava la legna, insieme agli altri del villaggio cercava di riparare i tetti, c'era gente che faceva fin dove riusciva ed era molto arrabbiata con le organizzazioni perché promettevano, ma non facevano niente di concreto. Col passare del tempo sono nati dei nuovi rapporti, i discorsi si facevano sempre più personali la gente si fidava molto di noi, perché eravamo l'unica associazione che viveva in tenda insieme a loro, mentre le altre avevano la casa a Pec/Peja, quindi se la gente aveva qualcosa da dire la diceva a noi e poi noi riferivamo a chi di dovere.
Mattia: giocavamo con i bambini tutti i giorni, ma una volta alla settimana avevamo organizzato qualcosa più in grande per tutti i bambini del villaggio.

Int.: e la situazione era instabile?
Mattia: abbastanza tesa, perché il villaggio vicino, è l'unico serbo rimasto, e la gente di Poceste ha paura di passare per l'unica strada che porta fino a Pec, la quale passa per il centro di questo villaggio, dove, passando, ricevono minacce di ogni tipo, nonostante questo non escluda che anche loro non facessero qualcosa, che anche loro, sentendosi forti per il fatto che erano lì con noi, insultassero i serbi.
Piero: per esempio una sera c'è stata una festa nel villaggio serbo, ed hanno messo la musica molto alta, con le casse rivolte verso Poceste. Nella nostra tenda, la sera stessa, erano venuti a trovarci i capi famiglia del villaggio (circa una decina di persone); eravamo lì a chiacchierare quando ad un certo punto, abbiamo sentito questa musica. Subito come risposta, anche gli albanesi hanno acceso lo stereo con la loro musica e le casse rivolte verso il villaggio serbo, dopo un po' una di queste persone si è alzata, si è assentato cinque minuti, durante i quali si è sentita una raffica di kalashnikov, subito dopo è tornato e la musica serba ha smesso di suonare mentre gli albanesi invece hanno continuato a mandare la musica e dicendo che i serbi non potevano permettersi di festeggiare quando loro ancora stavano piangendo i loro morti.

Int.: In queste situazioni come cercavate di agire?
Mattia: avendo ormai la fiducia degli abitanti stessi, prima ancora di fare qualcosa, venivano da noi a parlarne, come per l'episodio della musica, in cui ci hanno detto "guardate che è successo questo, e se i serbi continuano con la musica, è probabile che qualche albanese si arrabbi e risolva la cosa a modo suo", magari con le granate che ogni settimana puntualmente qualcuno lanciava.

Int.: quindi ogni settimana comunque dai villaggi circostanti lanciavano granate su Gorazdevac.
Mattia: e da Gorazdevac comunque si facevano sentire, rispondevano a modo loro, con spari e insulti... inoltre, tutte le settimane arrivava un pullman di serbi, chi perché voleva tornare alle propria casa, chi solamente per visita, ma settimana per settimana la gente del villaggio serbo si incrementava.

Int.: quindi nei villaggi albanesi cosa facevate: visita alle famiglie, raccogliere i bisogni, dare una mano e portare gli aiuti...
Mattia: e collegare le organizzazioni maggiori con i villaggi, ma non solo con il nostro, anche con gli altri villaggi, compreso quello serbo...Abbiamo infatti cominciato a frequentare questo villaggio serbo, a conoscere della gente e a farci conoscere, riuscendo, solo dopo due settimane, e andandoci spesso, a farci invitare in casa, a mangiare, siamo andati al bar a bere con loro, entrando così un po' anche nella vita serba. Inizialmente, volevamo anche giocarci a calcio, poi gli albanesi del paese ci hanno sconsigliato di farlo, sostenendo che, se ci avessero visto, potevamo avere dei problemi, sia loro che noi : "ma come, voi albanesi accogliete queste persone nel vostro villaggio, e poi questi vanno ad aiutare e a giocare con i nostri nemici serbi ?"..comunque, andavamo a trovare le famiglie, andavamo sentire anche i loro bisogni e a cercare di muovere le associazioni anche dalla loro parte: siamo riusciti a farli parlare con la Croce Rossa Internazionale, e poi a ricongiungere alcune famiglie, anche se solo epistolarmente, poiché non ci era possibile farle incontrare, essendo sparse in tutto il Kossovo, nelle varie enclavi serbe, dove noi giravamo per portare queste lettere e per monitorare la situazione. Mi è particolarmente rimasta impressa una famiglia serba di Prizren, intenzionata a spostarsi, che viveva, insieme ad altre famiglie, in una serie di cantine umide e buie, ormai chiusi in questa prigione da oltre 3 mesi : tutti bianchi scheletrici e apparentemente malati, come nel film UNDERGROUND (film di Kusturica). Questi avevano i parenti a Gorazdevac, dai quali noi avevamo portato questa lettera, e, parlando, loro avevano espresso il desiderio di muoversi, perché impossibile vivere lì, stando tutto il giorno senza far niente ;quindi abbiamo informato e sollecitato l'UNHCR che si occupa di queste cose e seguito, fin che abbiamo potuto, questo caso.

Int: e i rapporti con la KFOR ?
Mattia: abbastanza buoni, anche perché Pec è sotto il controllo dei militari italiani, con i quali avevamo un rapporto di collaborazione, essendo noi più calati nella vita kossovara... È successo, anche, che abbiamo portato degli albanesi di Poceste dal medico dentro alla base KFOR, ed era molto disponibile: in questo modo, la collaborazione era per così dire, a "doppio senso"...

Int.: L'altro obiettore di coscienza, che è Mauro Borioni di Bologna, dove è stato?
Mattia: è stato a Mitrovica.

Int.: volete raccontare qualcosa di lui?
Mattia: Mitrovica è una città divisa in due: lui e gli altri vivono nella parte nord, quella serba, in un quartiere dove ancora convivono, più o meno pacificamente fra di loro, albanesi, serbi, rom, turchi...un po' tutte le etnie che vivevano insieme già prima. Sono capitati in questo quartiere dove la tensione è molto alta, perché essendo multietnico c'è paura delle ritorsioni da parte dei serbi, organizzandosi fra di loro, hanno istituito una ronda notturna, perché la KFOR non dava peso a questa presenza, l'UNHCR e le altre organizzazioni addirittura non ne conoscevano neanche l'esistenza ;quindi erano abbandonati a sé stessi senza aiuti senza niente, così la con la presenza internazionale di questi ragazzi, la KFOR e le altre associazioni, hanno cominciato ad interessarsi di questo quartiere, e adesso sembra che la tensione sia notevolmente diminuita, anche se ha avuto un'altra forte ascesa con l'inizio delle scuole, quando, ci sono stati dei casini perché i bambini volevano andare a scuola, anche se indesiderati da quella parte, quindi rimane un grosso problema e sinceramente non so come lo stiano affrontando... il primo giorno di scuola hanno preso dei bambini a sassate.
Piero: e poi hanno visitato e fanno animazione ogni mercoledì a Qabra che è il villaggio più distrutto di tutto il Kossovo.

Int.: il bilancio della vostra esperienza personale?
Mattia: io sono arrivato a casa molto stanco e malato, però è un'esperienza molto bella, difatti ho promesso di tornar giù e mantenere i rapporti che sono riuscito a creare con queste persone, con i ragazzi che alla fine sono come i ragazzi delle città italiane, come quelli di tutto il mondo: cioè che han voglia di vivere e di divertirsi, cercando di superare questo momento.

Int.: se dovessi dare un giudizio sul tuo servizio civile cosa dici: si al servizio no al servizio?
Mattia: sicuramente si al servizio.

Int.: perché?
Mattia: perché dico si a me per imparare, per crescere e maturare, e si al progetto dell'Associazione.

Int.: ci saresti arrivato senz'obbligo? Ovvero: 1999 il servizio civile non è più obbligatorio, ti arriva una lettera in cui si parla di questo progetto in Kossovo e in Chiapas tu cosa faresti?
Mattia: sarebbe dipeso dai progetti che, forse, avrei avuto in mente ...ma probabilmente l'avrei accantonata.
Piero: Se a me fosse arrivata la lettera del progetto e non ci fosse stato l'obbligo del servizio, non so se avrei accettato, anche se secondo me l'obiezione di coscienza è per un ragazzo della mia età un'opportunità per crescere nel campo sociale.

Int.: quali sono le cose che hai vissuto, che pensi di aver messo dentro al cuore, che ti resteranno nella vita?
Piero: la capacità di capire e ascoltare le altre voci, di ascoltare i problemi di altre persone, dei quali a me, prima del servizio, non me ne poteva fregar di meno; a non rimanere indifferente vedendo certe cose e poi i rapporti personali con le persone.

Int.: ma voi vi sentite alternativi in quello che state facendo, di costruire qualcosa di alternativo alla violenza, in voi c'è questa aspirazione o coscienza?
Mattia: si, stiamo ritrovando delle cose basate sulla nonviolenza però non le sento, magari le sto facendo senza rendermi conto e mi viene naturale grazie al bisogno d'informazione, senza rendermi conto sto costruendo la nonviolenza.
Piero: e la nonviolenza è più efficace della violenza.

Int: Alla luce di quest'esperienza o all'idea che uno si può fare per voi il servizio civile è un'opportunità o è solo un obbligo inutile?
Mattia: secondo me può essere un opportunità di conoscere molte cose, nuove realtà, può essere la svolta della tua vita...
Piero: è un obbligo, subito, magari, però ad esempio come lo sto facendo io non mi sta obbligando nessuno, lo faccio volontario e anzi sono rimasto molto contento perché ho conosciuto nuove realtà e non sono rimasto nella solita vita casa mia, lavoro, amici...

Piero e Mattia sono in procinto di ripartire per il Kossovo con i volontari del' Operazione Colomba, torneranno a Poceset dove è in arrivo anche il freddissimo inverno balcanico...e la gente è ancora sotto le tende.


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