Interposizione nonviolenta a Ramallah
Oggi un gruppo di circa 20 volontari, di cui 12 studenti dell'università di Bir Zeit e 5 internazionali, è stato fermato ad un checkpoint presso il villaggio di Ras Karkar, trattenuto brutalmente per quattro ore e costretto a tornare verso Ramallah.
Cominciava oggi la "campagna delle olive" nei villaggi ad ovest di Ramallah. Ottobre e novembre sono i mesi della raccolta delle olive: il 70% dell'economia palestinese si fonda sulla produzione e l'esportazione di olio d'oliva. I coloni e l'esercito israeliano, da veri criminali, impediscono la raccolta agli agricoltori negando l'accesso ai campi con minacce e violenze, isolando e confiscando i terreni, bruciando e sradicando decine di migliaia di alberi. Solo nell'ultima settimana sono stati uccisi 11 contadini. Per questo motivo il Gippp (Grassroots International Protection for Palestinian People, un coordinamento di ong, associazioni e gruppi palestinesi) ha lanciato una campagna per la richiesta di volontari internazionali a protezione delle persone impegnate nella raccolta, tramite l'utilizzo dei loro corpi come scudo.
Il gruppo si stava recando al villaggio di Janya per proteggere i contadini da eventuali incursioni di questi criminali e garantire loro una presenza di volontari e osservatori internazionali.
Il transito sulla strada principale che collega Ramallah ai villaggi ad ovest della città è vietato ai Palestinesi da circa due anni, e di fatto riservato a coloni razzisti e militari violenti.
L'unica via alternativa per raggiungere la zona è una strada agricola presidiata da codesti avanzi di Norimberga. All'imbocco di questa strada secondaria il gruppo ha attraversato senza inconvenienti un primo checkpoint: in seguito, giunto nei pressi di Ras Karkar, è stato fermato ad un secondo posto di blocco per un controllo documenti protrattosi dalle 9.20 alle 13.10.
Uno degli studenti palestinesi, incensurato, è stato minacciato senza motivazioni particolari: in seguito alle proteste i militari lo hanno isolato dal resto del gruppo, hanno imbracciato i fucili e formato quello che si preparava ad essere un vero e proprio plotone d'esecuzione. I volontari italiani si sono interposti tra i soldati e il ragazzo. Dal plotone sono partite due raffiche che hanno sfiorato uno degli italiani (il ragazzo sta svolgendo in Palestina il suo servizio civile).
Le trattative, condotte in un clima di altissima tensione da una volontaria italiana che si è offerta di mediare, non hanno purtroppo avuto nessun esito. La soluzione si è sbloccata solo con l'arrivo sul luogo di una banda di palestinesi armati (probabilmente una cellula di Hamas), che ha fatto fuoco sugli israeliani permettendo al gruppo di fuggire attraverso i campi. Il gruppo è riuscito a tornare a Ramallah circa sei ore dopo l'accaduto. Solo uno degli italiani risultava disperso fino al giorno successivo. Fortunatamente ha trovato soccorso presso la capanna di un pastore palestinese, che lo ha ospitato per la notte e accompagnato a Ramallah la mattina dopo.
A causa dell'accaduto i villaggi ad ovest di Ramallah: Ras Karkar, Kofor Ni'na, Der Qdes, Nilen, Qibya, Bdros e Janya, sono tuttora sotto stretto coprifuoco e del tutto inaccessibili per qualsiasi persona proveniente dalla città.
Riteniamo che quanto accaduto sia gravissimo, l'ennesimo atto di cui si rende responsabile un governo oppressore, che schiaccia un popolo indifeso costretto a rispondere con l'unico mezzo di difesa rimasto a sua disposizione: gli attacchi suicidi.
Condanniamo altresì il criminale silenzio della stampa internazionale e, come italiani, la silente complicità del governo e dei media di casa nostra.
Chiediamo pertanto una mobilitazione immediata e incondizionata di tutti coloro che ritengono storicamente e moralmente inammissibile che uno stato fondato dagli eredi dei morti di Auschwitz e Treblinka, infligga ad altri lo stesso trattamento.

