La quotidianità dei checkpoint e del coprifuoco a Ramallah
Oggi ci spostiamo da Jerusalem a Ramallah, si tratta di pochi Km, ma sufficienti a farci provare sulla pelle una frazione pur minima della vita quotidiana delle migliaia di persone che da Jerusalem devono recarsi a Ramallah per lavoro (dove hanno sede molte associazioni e vari ministeri), ma anche viceversa.
Il mezzo di trasporto, o meglio i mezzi, sono ancora i taxi collettivi; ce ne sono moltissimi, con destinazioni prestabilite, partono solo quando sono stipati. Una vera e propria rete di trasporti non ufficiale che dà da vivere a molti palestinesi e permette, ai fortunati che posseggono documenti adeguati - come il passaporto Giordano o la residenza a Jerusalem - di rompere il drammatico stato di isolamento delle citta cisgiordane.
Saliamo su uno di questi e nel giro di pochi Km veniamo fermati due volte per controlli dalla polizia che ci fa fermare e ci controlla i documenti. Tutto questo prima di giungere a Qalandia, dove si trova il checkpoint vero e proprio e l'omonimo campo profughi.
Avvicinandoci al checkpoint, possiamo osservare un mutamento di paesaggio che passa da quello storico e mozzafiato di Jerusalem a quello di primi insediamenti colonici, al disarmante stato di abbandono di Qalandia. Avanziamo su strade sconnesse e polverose tra carcasse di edifici semidistrutti, finché il taxi si ferma in una lunga coda; si prosegue a piedi, siamo arrivati al checkpoint.
Torrette di osservazione ricoperte da reti mimetiche su cui sventola la bandiera israeliana e strada sbarrata su ambo i lati.
Questa volta niente tunnel, ma varchi tra barriere di cemento; si passa uno alla volta esibendo i documenti. Negli orari critici questa snervante prassi può durare diverse ore,
e il passaggio può essere chiuso arbitrariamente. Sopra le nostre teste una segnaletica invita a disporsi su file differenti, a seconda del colore del passaporto. Ancora una volta mi accorgo che il mio aspetto desta sospetti. Comunque ci lasciano passare.
Oggi la situazione è tranquilla, anche per via della presenza di un gruppo di volontari israeliani del Checkpoint Watch. Ci fermiamo un po' a parlare con una di loro: una signora ebrea sulla sessantina, magrissima, occhiali e lunghi capelli bianchi, ci racconta delle vessazioni quotidiane che subiscono i palestinesi pendolari: alcuni giorni prima, circa 500 di loro sono stati fermati e trattenuti per due giorni senza ragione in condizioni subumane.In casi come questi, la signora ci confessa di non poter fare nulla se non tentare di documentare l'accaduto.
Passato il checkpoint prendiamo un altro taxi che ci porta a Ramallah, ormai si fa buio quando giungiamo nel centro città. Al primo impatto ci pare di stare in un girone infernale: spazzatura, case diroccate o parzialmente crollate, bancarelle improvviasate dappertutto. La gente grida, i venditori tentano di concludere gli ultimi affari, i taxisti strombazzano forsennati urlando, specialmente a noi: "Qalandia!Qalandia!" Sta infatti per iniziare il coprifuoco (alle 18), e loro ci intimano di sbrigarci, pensano che dobbiamo lasciare la città, e restano favorevolmente sorpresi nello scoprire che ci fermiamo; non si vedono turisti da queste parti, ma i volontari internazionali sono i benvenuti. Un signore ci approccia per offrire ospitalità dicendo: "need a friend here?"
Ringraziamo e prendiamo un altro taxi che ci porta a casa di Bahia Amra, che lavora col Medical Relief e con il GIPP (Grassroots International Protection for the Palestinians: un coordinamento dei volontari internazionali impegnati nel sostenere i palestinesi ). Bahia e la sua famiglia ci offrono ospitalità nella loro casa non lontano dal compound di Arafat. Mangiamo falafel, humus, verdure e pitas, chiacchierando nel silenzio del coprifuoco, rotto solo dallo sporadico passaggio degli F16 e dei Tank.
Niente spari questa sera, solo impressioni; l'atmosfera è scherzosa e noi siamo rilassati, o forse molto stanchi.

