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Palestina

I distruttivi effeti di un'occupazione silenzionsa: dettagli di un quadro desolante

Sono molte le ripercussioni dell'occupazione a danno dei palestinesi: dai gravi danni all'economia locale, dall'impossibilità di raccogliere le olive, a quella per i bambini di accedere alle scuole, alla mancanza di accesso alle riserve idriche.
Naoki Tomasini (Casco Bianco in Palestina)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 09 ottobre 2002

Appena svegli ci rechiamo allo Youth Center, che ospita il Medical Relief e i volontari internazionali, dove incontriamo Nassif Eldiq, un personaggio solare come ne ho visti pochi, che si occupa di soccorso medico (anche sotto coprifuoco) e formazione, e Shadi, un ragazzo che studia informatica all'universita di Gerusalemme (dove si reca facendo alcuni Km a piedi per i monti, poiché non può passare per il checkpoint) e aiuta nel centro.
Shadi si offre di accompagnarci a vedere il Moqata: il compound, o quel che ne resta, dove sta asserragliato Arafat; l'intero quartiere è raso al suolo, non solo gli edifici presidenziali. Un deserto di macerie e carcasse d'auto che toglie la parola, resta in piedi solo un'ala del compound su cui sventola la bandiera palestinese; nel frattempo una ruspa scava le fondamenta per un improbabile restauro, e un drappello di giornalisti attende all'ingresso con le telecamere tra i sacchi di sabbia accatastati. Tutti attendono l'arrivo di una delegazione sudamericana in visita, ma quando appare l'auto di rappresentanza non riconosco la bandiera.
Poco più in là, ubriacanti spirali di filo spinato circondano una parte dell'edificio collassata su sé stessa, che ha lasciato in vista una grande aquila, simbolo dell'ANP, dipinta sul tetto.
Shadi ci porta poi al centro optometrico del Medical Relief: il centro ha un aspetto pulito e moderno, notiamo alcuni fori di proiettile nelle vetrinette espositive degli occhiali, tracce dell'ingresso di soldati israeliani; nelle stanze vicine sono state recentemente uccise tre persone. Shadi vuole presentarci il suo amico Mohammed Iskaki, responsabile del primo soccorso, ma il dottore è al momento troppo impegnato.
L'agenda degli appuntamenti ci sollecita ad avviarci verso il palazzo che ospita il PNGO, il network delle organizzazioni non governative palestinesi e di alcune emittenti televisive locali. Si tratta di uno degli edifici piu alti di Ramallah, e proprio per la sua struttura stategica è stato occupato per tre settimane in Aprile dall'IDF.
Qui veniamo accolti da Renad e Dina, due volontarie che ci illustrano le attivita del centro, che si occupa principalmente del monitoraggio della situazione nei territori, ci dicono che a Nablus; per la prima voltra da mesi è stato appena tolto il coprifuoco, almeno di giorno; c'e grande bisogno di aiuti internazionali a garanzia degli abitanti, pare che la casbah sia stata completamente rasa al suolo.
Il coprifuoco è un fatto a cui quelli della mia generazione non sono abituati, e mi sorprendo nello scoprire quanto i problemi che crea possano ripercuotersi nel tempo: cito il problema dell'istruzione tanto per fare qualche esempio: l'anno scolastico a Ramallah è iniziato il 31 agosto, ma i ragazzi hanno potuto recarsi a scuola solo per 9 giorni a causa del coprifuoco; a Nablus i giorni sono stati solo due e a Jenn uno! Ad Hebron l'esercito israeliano ha occupato le strutture scolastiche per impiantarvi delle caserme, tutto questo dopo averle bombardate ferendo alcuni bambini. Nelle aree rurali non ci sono scuole e i blocchi stradali hanno di fatto impedito a chiunque il passaggio, imprigionando gli abitanti nella morsa delle zone (ampiamente) circostanti gli insediamenti colonici. A Qalqilia una scuola appena costruita sta per essere demolita perché si trova sul percorso del muro dell'apartheid voluto dagli israeliani.
Questa situazione continua da almeno due anni e gli effetti a lungo termine sull'istruzione dei giovani saranno drammatici, specie se a questo si somma il novero delle distruzioni delle infrastrutture culturali in senso più ampio: case, fattorie, uffici municipali e archivi vari.
Renad sta lavorando tra l'altro all'organizzazione di un social Forum a fine dicembre, mi pare lì per lì un'idea balzana, ma nel caso credo che non mancherei. Dina lavora invece nel PHG (Palestinian Hydrology Groups), al monitoraggio delle riserve idriche della Cisgiordania, una questione poco considerata, eppure vitale per il gran numero di villaggi rurali ad economia agricola; l'anedottica è ancora una volta di una vastità sconcertante, i dati parlano di sistematiche appropriazioni e di controllo militare, di riserve idriche ad esclusivo beneficio degli insediamenti colonici: nei villaggi l'acqua arriva ad essere erogata un'ora al giorno, mentre nelle colonie non manca mai, nemmeno per le numerose piscine che vi si trovano.
Con Renad e Dina discutiamo anche dell'annosa e attuale questione degli ulivi; in Italia non avevo mai sentito parlare dell'olio palestiense, si tratta di un prodotto molto pregiato (dall'aroma asprognolo, completamente diverso dal nostro, ma delizioso) che costituisce il 70% della produzione agricola locale. Il loro impegno consiste nel promuovere e coordinare le presenze degli internazionali a protezione dei coltivatori durante il periodo della raccolta: da metà ottobre fino a fine novembre. La raccolta è fortemente a rischio a causa dei continui espropri e degli abusi dei coloni appoggiati dell'esercito israeliano; la polizia dell'ANP non è in grado di proteggerli perché al di fuori della zona A, ovvero dei centri abitati da palestinesi. Le città e i villaggi arabi sono come isole in mezzo a zone controllate da israele (zona B) a "protezione" degli insediamenti colonici (zona C).
Lo scopo di questo nostro primo viaggio è puramente esplorativo, ma ci troviamo sconcertati e ci pare che partecipare attivamente alla campagna degli ulivi, almeno per qualche giorno, potrebbe essere davvero un aiuto concreto alla sopravvivenza di molte persone; è rischioso e sarà difficile trovare il tempo, dobbiamo discuterne.
La questione degli ulivi tuttavia, necessita di essere ulteriormente approfondita, per il numero di persone che coinvolge e più ampiamente per l'impatto che ha sull'economia locale. Così ci incamminiamo nuovamente, questa volta verso la sede dell'LDC (Land Defence Commeetee) dove incontriamo Issa Samandar, personaggio carismatico, fumatore indefesso e certamente il massimo esperto sulla questione.
Issa cerca di seguire in tempo reale il rapido mutare della situazione in tutte le aree rurali della Cisgiordania, raccogliendo e verificando le segnalazioni dei coltivatori, dei suoi contatti nei territori occupati e di intere municipalità. Le segnalazioni parlano di un'escalation di violenze sui raccoglitori, e di espropri di terre coltivate ad uliveti ad opera di coloni armati appoggiati dall'esercito israeliano adducendo come motivazione: "scopi militari e prevenzione degli attacchi terroristici": i coloni sparano sistematicamente sui contadini e ne requisiscono i raccolti, dopodiché spesso li bruciano; l'esercito impedisce l'accesso ai campi o li sequestra per costruire le "by pass road"(strade di collegamento diretto tra insediamenti, cui agli arabi e proibito anche solo avvicinarsi).Issa sostiene che il fenomeno non è mai stato tanto massiccio come quest'anno e suppone sia frutto di un accordo tra coloni ed esercito di occupazione. Le segnalazioni sono molto circostanziate, recano il nome della località e il numero di carta d'identità di chi le inoltra; il tutto viene riportato su mappe in continuo aggiornamento sulle quali i villaggi palestinesi appaiono come delle piccole isole limitate per lo più al solo centro abitato. Gli abitanti sono prigionieri, privati della principale fonte di reddito. Tutto attorno le colonie si estendono ogni giorno come un cancro... in silenzio.
Lo stritolamento dei villagi e delle città produce ovviamente altri danni, che non possono considerarsi collaterali: l'olio prodotto non può infatti essere smerciato facilmente, perché il trasporto, quando non è impossibile, ha costi altissimi e tempi lunghissimi. Come detto, infatti, non essendo accessibili le by pass road, recarsi da un villaggio alla città più vicina richiede nella maggior parte dei casi dei percorsi decine di volte più lunghi e continuamente interrotti da checkpoint. Issa ci mostra sulla carta alcuni esempi: ammutoliamo. Il risultato, prescindendo (come se fosse possibile) dalle innumerevoli catastrofi familiari e dall'umiliazione permenente di un popolo, è che il prezzo dell'olio è al momento quasi dimezzato e le prospettive a lungo termine per l'agricoltura palestinese sono semplicemente nulle.
Mentre parliamo, giunge notizia che nei pressi di Tulkarem i coloni hanno rubato 2000 olivi e sequestrato una zona che ne comprende 12000, per una perdita stimata in 4 milioni di dollari.

La seconda notte a Ramallah è molto peggiore della prima, che si rivela una fortunata eccezione; mi riesce impossibile prendere sonno: gli apache paiono volare sopra le nostre teste e in continuazione si sentono i botti sordi delle bombe che cadono sui villaggi a nord della città e continui spari.
Non penso di avere nulla da temere, ma trovo assurdo che una città tanto vivace possa trasformarsi di notte in un campo di esercitazione per l'esercito occupante, e tremo all'idea di come possa essere una situazione di coprifuoco continuativo come accade a Jenin o ad Hebron. Ogni giorno che passa i dettagli di questo quadro si rivelano più desolanti, e quest'occupazione silenziosa, censurata, ai miei occhi, ha perso anche il velo del fanatismo religioso per la terra promessa, rivelando la nuda arroganza di un calcolo spietato e senza resto.

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