E' possibile una vera riconciliazione? La "Comisión de la Verdad y Riconciliación" in Perù
La Comisión de la Verdad y Riconciliación...come può un paese che ha sofferto tanto riconciliarsi con uno stato che per vincere il terrorismo è diventato terrorista? È questa la domanda che mi facevo guardando le foto, leggendo le descrizioni e ascoltando le testimonianze dei 20 anni di guerra civile in Perù.
Quegli occhi, quelle parole, quei corpi seminudi e massacrati da torture e colpi d'arma da fuoco, le lacrime delle vedove, la fierezza dello sguardo dei terroristi e dell'esercito peruviano, sono tutti elementi di uno scenario spaventoso che ha dilaniato questo paese che oggi dopo tanto sforzo e tanta fatica sta cercando di riconciliarsi. Quello stesso paese che mi ospita adesso come Casco Bianco.
È come la chiusura di un ciclo durato dal 1980 al 2000: nel 2001 - 2002 le marce e le testimonianze, nel 2003 - 2004 il risultato di tanto dolore.
Non è facile ricordare per chi ha sofferto tanto e vuole soltanto dimenticare le bombe, gli attentati, i cani appesi ai pali della luce, la paura di uscire di casa e non tornare più, il coprifuoco, la corrente elettrica che salta...
Eppure è stata allestita una mostra dal nome "Yuyanapq. Para recordar", perché il ricordo è importante affinché quello che è accaduto in passato non si ripeta mai più. La mostra concludeva con una frase significativa: "la società peruviana guarirà solo dopo il processo nel quale la conoscenza della verità, la disposizione al perdono e il senso di riconciliazione ci aiuteranno a sviluppare un'identità solida come nazione".
Verità, perdono, riconciliazione, identità e nazione: il Perù di oggi sta cercando di ritrovarsi.
Comprendere quello che è successo in tanti anni non è facile, ed oscuro, incerto e pieno di domande.
La gente vuole sapere, vuole quelle risposte che non ha mai avuto in 20 anni e che un processo di riconciliazione dovrebbe dare per essere tale.
Cristo ci ha insegnato a porgere l'altra guancia, a perdonare. Ma quando la violenza è strutturale? Quando è lo stato che ti insegna a rispondere all'insulto con l'aggressività, alla violenza con la tortura, alle auto-bombe con le rappresaglie e ai massacri con i massacri, come reagisce l'individuo attanagliato dalla paura e dall'angoscia? Reagisce come hanno reagito i contadini del paesino sperduto della Sierra peruviana, che, all'arrivo dei giornalisti con le loro telecamere e i loro strumenti tecnologici, hanno saputo soltanto sparare.
In questo modo si educano i popoli alla guerra, alla violenza, all'odio e all'intolleranza. I ribelli rivoluzionari terroristi e lo stato incosciente, incapace e inesistente, si sono scontrati attraverso l'uso della forza e della violenza lasciando la popolazione inerme in balia delle onde. È uno stato che ha paura e che arma le Rondas Campesinas per ricevere un aiuto implicito davanti ad una situazione ingestibile.
Eppure mi sono resa conto che la storia si ripete: il 20 marzo ci ritroveremo tutti in piazza per la marcia mondiale per la pace, contro la guerra e l'occupazione militare. Ma cosa vuol dire pace in un paese che ha vissuto in guerra per vent'anni? Cosa vuol dire conflitto? Ecco cosa hanno in comune i bambini peruviani, con i bambini iracheni del 2003, con i bambini serbi e croati, i bambini dell'ex Congo...di esempi ne potremmo fare all'infinito. Eppure siamo ancora qui a parlare di pace, e ci sono ancora giovani che scommettono per una vita basata sui principi della non violenza e responsabilità civile. Le nostre coscienze ci riportano alla necessità di una realtà senza conflitti armati e senza conflitti sociali.
È in questi momenti che capisco le particolratà e le assurdità apparenti della popolazione con cui lavoro, degli amici con cui vado a mangiare una pizza, dei colleghi con cui parlo e discuto ogni giorno. Quell'insicurezza, quella sfiducia che sfocia nell'individualismo, nell'egoismo e in alcuni casi nella cattiveria, sono conseguenza di una ferita ancora aperta. Ho capito perché la signora del cerro si nasconde sotto il tavolo piangendo quando salta la corrente in tutta la quadra.
Sono ricordi e sensazioni che io non potrò capire perché non le ho mai vissute, ma che può capire mia nonna che si nascondeva sotto i rifugi durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.
L'amarezza che c'è nelle parole dei peruviani di oggi non è comprensibile per chi non ha vissuto in quegli anni, non ha ascoltato le testimonianze degli indigeni della selva peruviana, dei contadini dei pueblos di Ayacucho, degli attuali limeñi che popolano gli aridi cerros della Lima periferica, scappati dalle proprie regioni per trovare un luogo dove non si ascoltassero discorsi politici, macchine che sgommano, urla e colpi di fucile. Magari sono le stesse persone che adesso si trovano senza casa dopo il disastro del Siete de Octubre oppure che si trovano a El Amauta, senza acqua e con una casa di stuoia.
Allora mi sono resa conto che quello stesso Stato terrorista, incapace di proteggere la propria popolazione negli anni '80 - '90, adesso per la seconda volta li abbandona a se stessi sempre perché incapace di affrontare le emergenze.
Per quanto abbia potuto emozionarmi e immedesimarmi nei visi di quegli uomini, quelle donne e quei bambini, queste sono comunque situazioni ed eventi che non ho mai vissuto. Scommettere per la pace in un contesto come questo non è facile, è una sfida che però vale la pena accettare perché anche un piccolo gesto quotidiano di solidarietà può rincuorare e dare fiducia.

