Si può vivere una cultura di pace? Vitarte di Lima ci dà un esempio
Domenica 30 maggio 2004, abbiamo partecipato ad una marcia per la pace in Vitarte, uno dei distretti di Lima, dove hanno vissuto per 13 anni i Fratelli della Comunità religiosa Santo Spirito e dove Elena ed io stiamo frequentando un gruppo di teatro, che si chiama Pukllay, che in quechua, lingua locale, significa "giochiamo": il gruppo è gestito da giovani della parrocchia Santa Cruz che appartengono all'associazione culturale "Kay Pacha".
Si tratta di una marcia che si ripete ogni anno, dal 1990, organizzata dalla Terza Diocesi di Lima, alla quale partecipano tutte le parrocchie appartenenti alla Diocesi.
È stata un'esperienza fantastica, non avevamo mai visto tanta gente partecipare ad una marcia per la pace a Lima. Il tutto si è concluso con la messa.
Con i ragazzi di Pukllay abbiamo animato la marcia con un piccolo spettacolo: Elena era sui trampoli, rappresentando il Perù, con un'enorme bandiera, intorno a lei due ragazzi sui trampoli che rappresentavano la morte, che dopo un po' si avvicinavano a lei rubandole la bandiera e spaventando i giocolieri che facevano festa. Fabiana era in un gruppo di 4 persone che rappresentavano la pace, vestite di bianco: il loro ruolo era quello di riuscire a strappare la bandiera del Perù dalle mani della morte e iniziare a giocare con essa ridando vita al Paese, restituendola alla fine dell'esibizione ad Elena. Tutto si ripeteva ciclicamente.La scena rappresentava il periodo di Terrorismo in Perù e il periodo della Commissione della Verità degli ultimi due anni che ha riportato speranza. La marcia della pace di Vitarte, infatti, è un appuntamento annuale per dire basta con la guerra e la morte e chiedere allo Stato peruviano e al mondo finalmente pace.
Durante la messa c'è stata una scena bellissima: al momento di scambiarsi la pace sono saliti sull'altare un rappresentante di ciascun gruppo etnico presente in Perù e si sono abbracciati cantando l'inno della Pace e chiedendo pace e serenità per questo Paese, che è uno fra quelli con maggiore diversità etnico-culturale.
È stata una grande festa per ricordare a tutti che la pace è possibile e che è compito di tutti "lottare" per conquistarla.
Ieri è stata un'occasione per condividere con i peruviani un momento pieno di armonia e di unione, che ci ha lasciato piene di speranza.
Siamo stati un esempio di quest'unione mondiale possibile, tramite lo spettacolo realizzato e i ruoli che abbiamo ricoperto, anche noi italiane e Caschi Bianchi, lì in quella marcia. Elena rappresentava il Perù, protagonista della finzione; Fabiana ha condiviso con gli altri tre ragazzi peruviani il ruolo della verità, che restaura la pace in un Paese distrutto da 20 anni di terrorismo e morte. Eravamo lì per affermare con gioia e allegria che si può vivere tutti insieme, amandosi, conoscendosi e arricchendosi a prescindere dalle differenze culturali, sociali ed economiche. Due mondi che si sono uniti nella richiesta unanime della pace: siamo stanchi di odio e rancore e di una politica di guerra che conduce soltanto ad aumentare le distanze fra i popoli.
È stata una marcia della Pace molto emozionante, perché lì c'erani loro, peruviani, e c'eravamo noi, straniere che viviamo in Perù. È stato un condividere pieno e sentito, una marcia vissuta con partecipazione da parte delle persone presenti in un luogo significativo. Vitarte, infatti, è uno dei distretti che ha sofferto più da vicino la piaga del terrorismo in quest'ultimo ventennio: era considerato una delle zone rosse per la presenza notevole di terroristi che avevano instaurato lì una delle loro basi operative per la conquista di Lima. Questo ha significato per la popolazione un ingente numero di "desaparecidos": si trovava tra due fuochi, la violenza dell'esercito statale e quella dei guerriglieri.
Finalmente la "voce dei senza voce" si fa sentire attraverso iniziative che partono da una esigenza della popolazione stessa, e arrivano a coinvolgere la comunità intera, cercando lo scambio interculturale: è per questo che abbiamo accettato la proposta di condividere con loro una giornata tanto significativa, sentendoci veramente Caschi Bianchi.
Se ci riusciamo noi vuol dire che si può, vuol dire che una cultura di pace può educare all'amore e dare la possibilità ai popoli di vivere pacificamente, arricchendosi reciprocamente.

