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Uno stadio insolito

Gian Paolo descrive l'esperienza di scambio tra i volontari dell'Associazione Papa Giovanni XXIII e i ragazzi di un carcere minorile siciliano attraverso una partita di calcio. Condividere l'ora d'aria è un buon modo per entrare in relazione.
Gian Paolo Chiecchi (Casco Bianco in periodo di formazione iniziale)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 06 dicembre 2004

Finalmente siamo arrivati. Siamo scesi dal pulmino, abbiamo attraversato la strada ed eccoci qua, davanti a questo vecchio edificio dal tipico color giallastro delle case siciliane. Nessuno può capire l'utilità di questa struttura vedendola solo dall'esterno, a meno che non sia un abitante della zona, che conosce bene la sua funzione. Ma noi siamo qui per essa, o meglio, per le persone che abitano al suo interno. L'ingresso è molto rozzo e sporco, anche perchè da mesi i muratori sono impegnati in lavori di ristrutturazione. Appena entrati, una guardia seduta davanti ad un tavolo, che ha l'aspetto più di una vecchia cattedra di scuola, ci chiede i documenti. Dopo aver trascritto attentamente i nostri nomi su un registro ingiallito e con un numero infinito di pagine, ci consegna la chiave n°61 dell'armadietto dove dobbiamo posare ogni oggetto di valore e la giacca. Solo a questo punto si notano le divise di calcio a strisce verticali gialle e blu, nascoste sotto le nostre felpe. Un'emozionante sfida a pallone ci sta aspettando in questo "stadio" particolare. Attraversiamo alcuni corridoi seguendo la solita guardia che ci scorta porta dopo porta. Si sente chiaramente il rumore lento e metallico delle serrature che si aprono.
Di fronte all'ultima porta provo quella sensazione di gioia e di eccitazione, tipica di un incontro importante. Entriamo nel cortile di cemento circondato da un altissimo muro grigio, forse troppo grigio. Dall'alto le telecamere sono pronte ad osservare ogni nostro movimento e di certo non hanno lo scopo di trasmetterlo in tv. Incontriamo i nostri ragazzi e con una forte stretta di mano li salutiamo. Sono circa una quindicina, tutti sotto i 21 anni. Noto i loro sguardi profondi e intensi, carichi di voglia di comunicare. Dalla prima volta che sono stato qui è cambiato molto il mio modo di guardarli. Non mi sembrano più i volti di chissà quali ragazzi "sbandati", ma sono i visi di giovani e adolescenti pieni di grinta, di voglia di vivere, purtoppo frenata per diversi motivi. Forse certe volte, vivendo nella povertà, nell'ignoranza o nell'abbandono si rischia di commettere qualche azione più grave di quel che ci si aspetta, e ci si ritrova a passare da una normalissima vita all'aria aperta a quella circondata da queste alte e grigie mura tristi. Il rapporto con i ragazzi non è quindi dei più semplici, bisogna conquistarsi la loro fiducia e simpatia. Magari per me, come prime volte in questo ambiente risulta difficile, ma sono accompagnato da chi si prende cura di questa realtà da ormai 12 anni. Sono persone che gestiscono alcune case famiglie e offrono la possibilità di scontare una pena alternativa nelle loro strutture al posto che in quello "stadio". I ragazzi lo sanno e se ne parla, ma questa è una questione che dipende da molti fattori e comportamenti.
Per cominciare un periodo del genere c'è bisogno della disponibilità delle strutture di accoglienza e della buona volontà di questi ragazzi ed il tutto non è semplice.
Tra una chiacchiera e l'altra il tempo passa in fretta ed è già ora di giocare la partitella. La mia squadra si dispone in cerchio per discutere la tattica di gioco. Sappiamo che questa sfida è un'ottima modalità per entrare ancor più in relazione con questi ragazzi, visto che a loro interessa parecchio confrontarsi con degli amici non solo verbalmente, ma anche a suon di pallonate e contrasti. Non mancano urla, spintoni o qualche arrabbiatura, ma presto passa, perchè come con le persone a cui si vuole bene, si possono perdonare certi errori. Alla fine arriva il triplice fischio che sancisce il termine della partita, ci stringiamo la mano, riparliamo di qualche azione particolare adatta alla moviola e ci facciamo i complimenti.
Posso dire di notare correttezza ed educazione anche in un contesto del genere. Restiamo poi un'altra decina di minuti per terminare i discorsi iniziati prima della gara e per discutere le tattiche per le partite sucessive. Ci accorgiamo che nel frattempo è sceso il buio e le luci arancioni opache del cortile sono state accese, anche se di lì a poco tutti dovranno rientrare, perchè l'ora d'aria si è in fretta conclusa. Un saluto, una calorosa stretta di mano e un "arrivederci" per la sfida sucessiva è il modo per ringraziarli di questo bel momento trascorso e vissuto insieme.
Di nuovo risuona il rumore metallico delle porte che si aprono, però la sensazione che provo dentro di me è diversa, perchè ce ne stiamo andando. Sono felice, mi sento ricaricato da questi ragazzi. Riprendiamo i nostri oggetti, riconsegnamo la chiave n° 61 e dopo aver attraversato la strada, ripartiamo col pulmino. Certamente giunti a casa racconteremo di questa esperienza, allora mi tornano in mente strette di mano, sguardi, goal e momenti significativi appena trascorsi. Chissà a cosa stanno pensando quei ragazzi nelle loro celle, magari a nulla, magari al soprannome da darmi la prossima volta che andrò a trovarli.


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