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Perchè Antenne di Pace?

L'idea del portale: un servizio nato dal desiderio e dall'impegno di centinaia di giovani in servizio civile all'estero.
Laura Lanni (Redazione di Antenne di Pace)
Fonte: Antenne di Pace - 30 giugno 2004

L’idea di Antenne di Pace non è nata da un’unica mente, ma dall’esigenza di raccontarsi di tanti giovani che vivono un’esperienza all’estero come obiettori di coscienza o in servizio civile volontario, in zone di conflitto o di missione, e che sentono la spinta di raccontare quello che vedono, e che ogni giorno vivono sulla loro pelle. Questi giovani, chiamati “caschi bianchi” dal nome del progetto che li vede alternarsi all’estero da circa dieci anni, spendono un anno della loro vita con la gente di cui parlano, a stretto contatto, in varie modalità: spesso condividendo non solo il tempo del lavoro e le proprie competenze o professionalità, ma ogni momento della vita. I giovani passano infatti il loro anno in case di accoglienza che ospitano i bambini o i ragazzi provenienti dalle strade delle periferie di Santiago del Cile o di La Paz, o gli orfani dell’Aids di Iringa (Tanzania) o di Ndola (Zambia), con cui spesso condividono la stanza e gli spazi della casa, partecipando della responsabilità di chi li accoglie, e ponendosi al loro fianco come fratelli; oppure abitano una delle tante baracche che popolano gli slum di Nairobi, condividendo con i vicini i disagi di quella vita, e aprendo la loro porta a chi bussa; o ancora condividono le difficoltà dei serbi ghettizzati in un’enclave del Kossovo, o i rischi di chi vive nella Striscia di Gaza, o della gente dei villaggi che in modo nonviolento tenta di opporsi alla costruzione del muro di divisione, cercando di essere segno vivo di una presenza che non li consideri carne da macello, ma che riconosca la loro dignità di uomini, siano essi i vinti o i vincitori, nel segno di un’equidistanza dalle parti.
In questi anni di formazione ed accompagnamento dei giovani nel loro percorso, ci siamo resi conto di come la scrittura rappresenti per essi una costante imprescindibile; di quanto raccontare, prima agli amici, poi quanto più possibile, sia per loro un’esigenza forte, che dà valore e coerenza alla loro esperienza e non la relega in un cassetto della memoria come un episodio concluso in se stesso. La scrittura è per essi parte di un momento fondante della loro identità di uomini e donne del “primo” mondo, che rifiutano l’indifferenza e cercano in prima persona di aprire gli occhi sulla realtà e di vivere un modo di relazionarsi con l’altro che vada al di là degli interesse personali.
L’esigenza di narrazione da parte di questi giovani è forte tanto quanto la responsabilità che essi sentono, quali abitanti del mondo occidentale, verso le condizioni di vita delle persone che in un anno imparano a conoscere e ad amare, tanto quanto il desiderio di partecipare ad altri ciò che si può capire solo se vissuto in prima persona, in fondo ciò che i mezzi di comunicazione di massa non possono e spesso non vogliono raccontare e spiegare. Quello che emerge infatti è il desiderio di fornire un’informazione che non sia solo più completa rispetto a quella lacunosa e mistificatrice a cui siamo abituati, ma che soprattutto non esuli dal mettere in evidenza la sofferenza di tanti esseri umani che sta dietro le notizie, i conflitti o i processi di pacificazione o le realtà di sottosviluppo e di crisi economica, affinché questa sofferenza non sia vana, ma sappia parlare al cuore delle persone, spingendole a un atteggiamento che superi la facile tentazione di affidarsi a giudizi ed opinioni prefabbricate, e che tenda invece ad un’analisi e ad una riflessione approfondite sulla realtà dei fatti.
La spinta forte dei caschi bianchi nasce quindi dalla volontà di dare alle voci di chi non viene di solito ascoltato, la dignità di fonte, e la narrazione, nelle sue diverse modalità, diventa una forma di resistenza alla superficialità, al disinteresse e all’imbecillità imperanti. “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”: è la voce di uno dei perseguitati in un campo di concentramento nazista di cui Louis Sepulveda ci parla in “Le rose di Atacama”. La stessa paura di cadere nell’oblio, ancora viva nei tanti perseguitati dell’attuale sistema politico ed economico mondiale e della sua logica del profitto, unita al desiderio di dare voce a chi non ha voce, è il motore dell’esperienza di Antenne di Pace.
Un’esperienza che si pone come l’occasione, in un mondo dominato dalla “dittatura dell’informazione”, come l’ha definita Noam Chomsky, di un contributo incisivo per quella parte della nostra società che si interroga sul senso di un’informazione in grado di esprimere una pluralità di punti di vista, finalizzata a una riflessione e ad un’azione consapevoli e responsabili. E’ un modo per contribuire, una volta riconosciuto che l’informazione è potere, a spostare questo potere verso il basso, a distribuirlo e decentralizzarlo. Tanto che l’impegno all’informazione è diventato parte integrante del mandato del casco bianco, quale difensore della pace e dei diritti umani.
Tra i vari mezzi a disposizione, per diffondere gli scritti dei caschi bianchi, abbiamo scelto internet: è un modo per inserirci nell’attuale mondo della telematica sociale, quello che cerca di spingere verso il basso i contenuti, utilizzando tecnologie sostenibili, con meno effetti speciali ma aperte a più persone. Siamo consapevoli dell’esistenza di pesanti “barriere architettoniche”, quali l’analfabetismo e la distribuzione delle risorse energetiche, che non sono ostacoli oggettivi, ma il risultato della scelta politica di sfruttare le comunicazioni elettroniche seguendo le leggi di mercato, e non come uno spazio in cui garantire a tutti gli stessi diritti e le stesse possibilità di comunicare: un problema che rimane aperto, come sottolinea Carlo Gubitosa in “L’informazione alternativa”. La sfida della tecnologia dell’informazione globale è quella di abbattere le “barriere architettoniche” che impediscono a poveri, analfabeti e disabili di esercitare il loro diritto di cittadinanza nel “villaggio globale”. Il nostro contributo si propone di traghettare nel circuito dell’informazione, in questo caso sulle nostre pagine web, quelli che ne sono esclusi, e che purtroppo non godono di una loro forza intrinseca per entrare in rete, o per realizzare programmi televisivi, riviste o libri. Speriamo che l’utilizzo di fonti “di prima mano”, unito allo sforzo comune di associazioni che da anni condividono l’impegno al riconoscimento e alla promozione dell’obiezione di coscienza e del servizio civile, quali la Com. Papa Giovanni XXIII, la Focsiv e il Gavci, possano rappresentare un passo nella direzione dell’utilizzo della rete come nuovo mezzo di diffusione dell’informazione, per alcuni aspetti ancora vergine.
I caschi bianchi all’estero non sono giornalisti né pretendono di esserlo: dalle zone di missione o di conflitto in cui vivono mandano infatti scritti di vario genere: articoli di cronaca, interviste, reportage, ma anche traduzioni, diari delle esperienze vissute, dossier di approfondimento, brevi saggi di riflessione personale. Come annota Claudio Magris, letteratura e giornalismo non sono in conflitto se uno scrittore accetta di non schivare la realtà, ma di immergersi in essa. Il risultato di questo immergersi nella realtà, è vario: Giuseppe dalla Tanzania prende lo spunto da un episodio di cronaca, la morte di alcuni ragazzi obbligati a lavori pesanti durante le ore di scuola, per ricercare le cause di un sistema che ha portato a un simile estremo e denunciare una realtà stratificata e una catena di responsabilità, senza fermarsi a identificare i “cattivi” della situazione; dalla baraccopoli di Soweto, a Nairobi, Andrea si chiede se sia possibile amare il vicino che lo ha derubato, e riflette sulla spirale che ha portato quell’uomo a spostarsi dalla sua campagna alla metropoli, e a condurre una vita fatta di alcool e furti; Giuliano da Santiago raccoglie articoli e testimonianze locali sul processo a Pinochet e sulla speranza di una nuova costituzione per il Cile, e li traduce per i lettori italiani; Dario descrive gli incontri, i volti, le storie dei suoi chicos, i bambini di strada, che popolano il dormitorio di La Paz, in Bolivia; Corrado testimonia della dura vita dei palestinesi che ogni giorno si trovano a fare i conti con i soldati di un checkpoint per recarsi al lavoro, o portare i figli in ospedale; Carlo dalla Cecenia si propone di denunciare gli orrori della guerra, e arriva alla realizzazione di un dossier: “la mia denuncia, per risultare credibile, avrebbe dovuto prendere in considerazione anche i perché e non solo i come della guerra. La realtà in cui mi ero immerso era molto più complicata di quanto credessi, e per fare ordine in questa complessità si è fatto strada in me il bisogno di un'analisi (…). Parlare solo dei profughi, senza interrogarmi sulla storia del loro esodo e sulle scelte politiche che hanno trascinato migliaia di persone in una guerra che non hanno voluto, mi è sembrato uno sterile atto di pietismo che non consente una vera rimozione delle cause di questo conflitto, che ancora oggi continua a mietere vittime”.
Ne “Il cinico non è adatto a questo mestiere”, Ryszard Kapuscinski, rileva come oggi il giornalismo sia uno strumento pubblicitario più che culturale, ma anche come in questo coro si odano voci dissonanti, che stimolano a una riflessione. Antenne di Pace vuole unirsi a queste voci, consapevole che “il vero giornalismo è quello intenzionale, vale a dire quello che si dà uno scopo e che mira a produrre una qualche forma di cambiamento”, partendo dalla freschezza di giovani che assicurino un ricambio generazionale nel panorama dell’informazione, e con la loro scelta di condivisione diano nuovi impulsi e aprano in esso nuove possibilità.



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