In ospedale a Kiambu
Dopo una bella giornata intensa è arrivata la sera. Sono le 20.30 e in baracca ci prepariamo al momento di relax, seduti nel divano, attorno alla tavola per discutere un pò, per fare una partita a scacchi oppure a carte. Sai che le tue energie sono state spese e ti concedi l’ultimo sorso di caldo the prima di andare a letto. Si sente il rumore delle pentole di alluminio proveniente dalla cucina. Li c’è qualcuno che sta finendo di lavare i piatti. Il ronzio delle zanzare cresce man mano che arriva la sera e a quest’ora cominciano a fare il loro mestiere. Tutto sembra pronosticare una tranquilla serata. Di colpo sentiamo bussare alla porta e la voce di chi sta fuori non fa certo pensare a qualcosa di calmo. Ci riferiscono che in una baracca poco distante c’è qualcuno che sta male, molto male! Non riusciamo a capire subito la gravità della situazione, anche perché la gente a volte esagera e altre volte aspetta che una situazione degeneri prima di chiamarci. Decidiamo di andare a vedere. Entriamo nella piccola casa, grande la metà di una nostra cucina, illuminata da un'opaca lampada a paraffina. Disteso su un divano troviamo un ragazzo di 28 anni che stringe i denti ed emette gemiti per il dolore. Non riesce quasi più a muovere tutta la parte destra del corpo. Non possiamo toccarlo da quel lato e ce lo fa capire dandoci dei pugni quando lo sfioriamo. La parte sinistra del corpo è tesissima. Durante una di quelle grosse fitte di dolore rompe con i piedi il bracciolo del divano su cui è disteso. Capiamo che è un ictus e decidiamo di portarlo urgentemente in ospedale, perchè possano curarlo. Qualcuno va a chiamare un taxi e i minuti di attesa diventano sempre più lunghi. Noi siamo lì, impotenti di fronte ad una situazione del genere. Non abbiamo medicinali per una cosa simile e lui continua a gemere, lui continua a sentire quel dolore che gli rode dentro.
Mi guardo intorno e sul divano a fianco dorme tranquillamente un piccolo bimbo di circa un anno. Sembra stia sognando qualcosa di bello. Non si è ancora reso conto della situazione che si sta vivendo nella sua casa. Non si è ancora reso conto di come sta il suo papà!
Finalmente, dopo circa 20 minuti, arriva il taxi, lo trasportiamo all'interno, disteso su una coperta. Con me decide di venire anche un suo amico, per stargli vicino. Pian piano partiamo. Per arrivare all’ospedale impieghiamo circa un ora. Non che sia lontanissimo, è solo che le strade sono piene di buche e in certi tratti bisogna procedere a passo d’uomo, in altri c’è il blocco della polizia e il viaggio rallenta. Nel sedile posteriore sediamo io e il povero ragazzo. John ogni tanto si irrigidisce per il dolore, mi chiede di cambiargli posizione. Lo spazio è quello che è, e l’unica cosa che spero è di arrivare presto a destinazione. Verso le 22 giungiamo all’ospedale di Kiambu e mettiamo John sull’unica barella che vediamo. Troviamo subito problemi nello spingere quella dannata barella con le rotelle non ben funzionanti in mezzo alla ghiaia del cortile. Finalmente lo accompagniamo all’interno del pronto soccorso. Una fila di gente aspetta fuori e io penso a quanto tempo dovremmo ancora aspettare, ma non è cosi! Passiamo davanti a tutti, entriamo nella stanza, che per il disordine e la sporcizia potrebbe essere il magazzino di un nostro ospedale, invece qui è il pronto soccorso. Una giovane dottoressa dall’aria annoiata, con molta calma decide, dopo un po’, di prendersi cura del nostro amico. Gli spieghiamo il problema e lei, dopo aver borbottato un po’ con un’altra grassoccia infermiera non certo più accogliente, decide di fare un prelievo di sangue. Probabilmente per prassi fanno il test per la malaria a tutti, anche per questo tipo di problema…ma cosa ci voleva a farlo prima! Con un microscopico batuffolo di cotone, forse intriso da una goccia e non più di disinfettante puliscono il dito dal quale preleveranno una goccia di sangue. Mi dicono di andare a prendere i vetrini in laboratorio sui quali poi analizzeranno il sangue. Lo chiedono a me? E io che cosa centro? Il fatto sta che sono dovuto andare fino al laboratorio analisi, bussare, aspettare che il tipo si svegliasse e venisse ad aprirmi la porta ancora sbadigliando e chiaramente mezzo intontito. Gli chiedo i vetrini, lui si informa subito se ho i soldi per pagare. Ma qui tutti devono chiederti soldi, mi domando io? Gli dico di sì e così lui accetta di fare le analisi di quel sangue. Dopo 5 minuti, accertati tutti che non è malaria e che il problema è un altro la dottoressa decide di visitarlo guardandogli un po’ il torace, la pancia,… Prende un foglio bianco, con nessun timbro di ospedale, e vi scrive sopra la diagnosi. Ci dice di portarlo in reparto per le cure. Ancora noi? Ma qui sono le persone che devono portare in giro per l’ospedale i propri cari? Senza discussioni portiamo John fino in reparto, passando ancora attraverso la ghiaia, attraverso un pezzo pieno di mattonelle rotte dove la nostra dannata barella decide più volte di arenarsi. Durante il tragitto decido di spiare cosa ha scritto quella simpatica dottoressa. Come tutti i medici ha anche lei una scrittura indecifrabile in alcuni tratti, ma la diagnosi è chiara: ha prescritto che il paziente venga cateterizzato, cioè che la vescica venga svuotata in modo artificiale, attraverso un piccolo tubicino. Ma porca vacca, il problema è un altro: possibile che non riescano a capire che è un ictus! Parliamo con John, che nel frattempo sta leggermente meglio, ci dice che ha bisogno di andare in bagno. Arrivati in reparto lo accompagniamo alla toilette, lui è scalzo e cammina o meglio, si trascina in quel posto molto sporco. Lo ricarichiamo in barella e lo portiamo in infermiera. Là consegniamo i fogli dei suoi colleghi e ci dicono che bisogna cateterizzarlo senza neanche guardarlo. Spieghiamo che ha già fatto quel che doveva fare in bagno e che il problema è un altro. Incredula, l'infermiera prova più volte a mettere la mano poco sotto l’ombellico per sentire se la vescica è piena, e molto confusa decide di preparargli il letto per il ricovero. Sceglie uno dei pochi posti liberi. Intanto ci guardiamo intorno e notiamo che un sacco di gente dai suoi letti ci guarda e capisce che per la notte avrà un compagno in più. Il letto che gli viene dato ha una gamba più corta di circa 15 cm e quindi viene posizionato un pezzo di legno per pareggiarlo. Il nostro amico sopra di esso continua a muoversi molto per il dolore e ha degli scatti improvvisi. Decidono perciò di mettere il materasso per terra in modo che non cada durante la notte. La coperta che dalla nostra baracca gli avevamo portato abbiamo dovuto lasciargliela, perchè in ospedale non ne aveva piu. Arrivato il medico, con aria sapiente prova a visitarlo. Fa finta di capire qualcosa. Prova a misurargli la pressione. Sto molto attento, perchè voglio capire bene come si lavora qui e perchè vedo, da infermiere, che l’ignoranza in campo sanitario dilaga anche nei medici. Quando la colonnina di mercurio nello sfigmomanometro (l’apparecchio di misurazione) arriva a 150 lui smette di pompare e aspetta, aspetta, lentamente scende a 130, lui ripompa fino a 150, e questo sali-scendi si ripete per circa 4-5 volte. Non è assolutamente il modo di provare una pressione! Ha deciso lui che la pressione massima non può essere oltre i 150? Ha deciso lui che sotto i 130 la pressione non è più da sentire? Gli chiedo allora i valori, per capire… Mi risponde con aria indispettita, ma di chi sa che la pressione è alta. Certo, ma non ci vuole un genio per capire che una persona in quello stato di sofferenza e di agitazione abbia la pressione alta. Poi aggiunge, per sembrare più credibile, che la pressione minima è 115! Come è possibile? Non è mai arrivato a misurare quel valore, come può conoscerlo? Non ho voluto dirgli che sono infermiere e non ho voluto aggiungere polemiche, visto che dopo, forse, tutto sarebbe ricaduto sul mio amico John. Ho chiesto però che gli venisse fatto un antidolorifico, ed ho tentato di parlargli di ictus…probabilmente sono state parole gettate al vento. Credo che lo abbiano lasciato là senza fargli nulla e non so se siano poi passato a guardarlo.
Andando via ho visto lo stesso dottore scherzare con un paziente ubriaco e si capiva chiaramente che lo stava prendendo in giro. Grazie tante a tutti, a quelli che hanno provato a far qualcosa ed a quelli che hanno fatto gli attori, e per giunta male!
Ora dopo una settimana i medici non sono ancora capaci di dire alla moglie che genere di problema abbia il marito. Dicono che è una cosa strana, particolare, inusuale.

