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Kenya

Daniel, fra la vita e la morte per l'HIV

La sofferenza descritta così come appare...
Gian Paolo Checchi (Casco Bianco a Soweto, baraccopoli di Nairobi)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 07 aprile 2005

E' una giornata come tante. Ma so che mi aspetta sempre qualcosa di nuovo. Cammino con l'infermiera tra le stradine della mia amata baraccopoli. Ormai la sento mia, come quando una persona comincia ad ambientarsi nel paese dove si è appena trasferita. Oggi il sole è più cocente del solito. Sento le gocce di sudore sulla mia fronte. Fa proprio caldo! Siamo diretti verso la casa di Daniel, un amico che ultimamente ha un po' di problemi di salute. Nelle ultime tre settimane l'abbiamo visto più di una volta crollare, riprendersi e poi crollare ancora. Non sappiamo come può essere oggi, ci aspettiamo di tutto. L'ultima volta che l'abbiamo incontrato era energico, stava riparando una vecchia radio, di quel tipo che si mettono nelle nostre cantine, perchè ci vergogneremmo di esibirla come soprammobile visibile a tutti. Ricordo le sue ultime parole: "Sto bene, non ho problemi, salutami la sister", (la suora responsabile del dispensario dove lavoro). E mentre ripenso a questo flashback già mi trovo davanti alla porta della sua casa. E' di color azzurrino, ma si nota il legno un po' troppo vecchio che fa intravedere linee verticali di quel classico colore del legno. La porta è chiusa. Bussiamo... ribussiamo. Nessuna risposta. Ma il lucchetto non c'è, quindi probabilmente è in casa. Apriamo la porta e la luce del sole cocente entra a sostituire l'oscurità di quella casa senza finestre. Daniel ci guarda, con il viso scarno e i due occhi incastonati nelle orbite. Non riesce a parlare, solo con un lento cenno della mano ci indica di entrare. Capiamo subito che la situazione è cambiata di nuovo dalla nostra ultima visita. Subito, forte, l'odore di vomito entra nelle nostre narici. Cerco di mascherare ai suoi occhi il cambiamento della mia espressione, ma non è così semplice. Infatti dopo pochi minuti l'infermiera, che già durante la mattinata non stava benissimo, mi dice che non se la sente di rimanere lì ed esce per andare dalla sorella del nostro amico poco distante. Così mi ritrovo da solo col mio caro Daniel. Cerca di parlarmi, ma è troppo debole per farlo, e forse anche per rendersene conto. Non è bello quando si ha un ospite a casa non dirgli nulla, ed è per questo che prova a iniziare una conversazione. Mi rendo conto che in realtà non ha neanche voglia di ascoltare. E così resto in silenzio, apprezzando quel gesto di accoglienza che ha tentato di porgermi. Noto che piano piano chiude gli occhi, oggi non è proprio giornata di chiacchiere. Lo lascio riposare e aspetto lì, fermo, che torni l'infermiera. Mi guardo intorno e rivedo ancora una volta in che condizioni questi miei amici della baraccopoli sono costretti a vivere. Alla mia sinistra c'è un piccolo tavolo nel quale sono accatastate un sacco di cose, pentole, bicchieri, piatti. Ci sono una trentina di insetti che svolazzano vicino ad una pentola piena d'acqua e a resti di cibo avanzato. Poi ancora vestiti e quella vecchia radio che lievemente continua a trasmettere canzoni nella lingua locale. Anche le sue batterie sembrano essere arrivate al capolinea. Ma la radio funziona, il nostro Daniel è riuscito a sistemarla, ma ora gli serve a gran poco, perchè penso che non ascolti neppure. Vedo che i suoi occhi, mezzi aperti, si rivoltano, e non afferrano ciò che accade intorno. In questo momento penso che non si ricordi più che sono lì, in casa con lui...gli tornerà in mente fra pochi secondi, quando con un lieve balzo, quasi una scossa elettrica, si risveglierà da quello strano, logorante torpore. E così è, mi guarda e poi lentamente, chiude gli occhi, stanchi e pesanti. L'ultima volta che sono stato qui il suo sorriso era veramente incoraggiante, il suo carattere battagliero, tipico di chi non si lascia schiacciare da nessuno. Ed ora è qui, sconfitto da se stesso, da quel virus chiamato HIV che gli circola nel sangue e raggiunge nel suo corpo ogni cellula, anche la più innocente. Potrei contare ad una ad una le costole che sembrano scavate nel suo petto nudo. Quando tossisce la cassa toracica ha dei movimenti repentini e mi fa persino impressione tanta magrezza. Dopo l'ennesimo colpo di tosse ecco che vomita ancora, lì, di fianco al letto, vicino al bicchiere in cui beve, appoggiato lì precedentemente. Ma quando si sta veramente male non si bada a certe cose. E di nuovo si assopisce. Alla mia sinistra noto una scatola di metallo dove conserva con cura qualche manciata di chiodi arrugginiti, che gli serviranno per le future riparazioni di radio o altro, sperando che ci siano altre occasioni per farlo. C'è anche una baccinella con la diarrea della mattinata stessa. Sentivo che quello strano, orribile odore non poteva essere solo di vomito. E' brutto descrivere questiparticolari, ma come spiegare quella situazione se non descrivendo la realtà tale e quale è? Se fa schifo solo pensarlo, pensate a questa gente che la vive sulla propria pelle!
Nel resto della casa ci sono altri oggetti tutti vecchi, impolverati e con le ragnatele. Ecco che l'infermiera è tornata, con la sorella del nostro amico. Decidiamo di parlare di lui fuori casa, visto che è uno dei pochi che sa l'inglese e potrebbe capire dalle nostre parole la nostra delusione e il nostro scoraggiamento per quella situazione. Prima di uscire gli stringo la mano, ma gliela stringo forte, perchè potrebbe essere l'ultima volta. Tra un gemito e uno sguardo ricco di gratitudine ci lasciamo. Non so che dire o fare di fronte ad alcune situazioni, so solo che mi fanno pensare molto. Non traggo conclusioni, ognuno potrebbe averne una diversa, mi limito solo a raccontarvi il fatto visto con i miei occhi, per fare entrare anche voi, per un po', nei problemi di una baraccopoli. Spero di esserci riuscito, almeno parzialmente.

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