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Tanzania

Sguardi su Anna

Una vita che scorre piccola e inosservata, illuminata da uno sguardo nuovo.
Luca Marano (Casco Bianco a Iringa, Tanzania)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 07 luglio 2005

Anna non è una bambina denutrita del centro nutrizionale, né una delle mamme del programma di microcredito. Non è una donna impegnata nel progetto Ape e nemmeno una delle ragazze che entrando nel Gruppo Vita hanno deciso di abbandonare la prostituzione.
Anna è solo la zia di Dayness, la bambina sieropositiva seguita con quotidiane visite domiciliari, niente più di questo.

Non sa leggere né scrivere e non potrebbe essere altrimenti, visto che sui banchi di scuola non ci ha passato più di qualche mese.
In compenso sa bene come si songa l'ugali(1), sa andare tutte le mattine in montagna a far legna, sa stare un giorno intero, anche se il sole picchia e lo stomaco brucia dalla fame, nei campi di mais o di verdura che la famiglia ha sparsi per la città.

Anna sorride poco e non ride quasi mai. Le poche volte che lo fa, distoglie lo sguardo, scappa, nasconde il viso tra le mani, quasi impaurita che gli occhi che ha di fronte si chiedano se non abbia cose più importanti da fare.
Eppure basterebbe un guanto di lattice trasformato in palloncino, farle raccontare una favola, accennare una delle canzoni della chiesa che ha imparato a memoria.
Il problema sono sempre quegli occhi. Occhi severi, che le ordinano di andare a prendere l'acqua al fiume; occhi distratti, che sono lì per Dayness e non per lei; occhi ingannati, che si stupiscono per come alla sua età si possa divertire con così poco.
E forse si è convinta anche lei che non valga la pena perder tempo dietro a giochi e biscotti, provare a scrivere lettere e numeri su un foglio, non valga la pena essere bambina.
Forse questo glielo hanno suggerito le mani di suo padre, più volte, come quel giorno che aveva preso una delle caramelle lasciate sul tavolo e quelle mani, o un bastone, l'avevano fatta piangere, perchè quelle erano le caramelle di Dayness, le caramelle della bimba.

Da quando Dayness è andata via, accolta in una casa-famiglia, in giro non ci sono più caramelle e palloncini, niente più canti e balli, e nessuno che non sia suo padre o suo fratello mette più piede in quella casa.
Anna la si vede per strada, intenta a raccattare cartacce con cui accendere il fuoco o a vendere la legna tagliata la mattina.
Qualche rara volta la si può trovare nella nuova casa della nipotina, con il vestito della domenica e le scarpe che sono tanto belle quanto scomode per piedi abituati a essere nudi.
Si può capire la sua tristezza nel sentire Dayness chiamare zia una sconosciuta. E ci si può intenerire quando, mentendo o esagerando, racconta alla piccola dei giochi che ha costruito, del gattino con cui dorme, della gallina a cui ha tirato il collo e che attende solo di essere mangiata, di tutte quelle belle cose che, se solo ritornasse a casa, la aspettano.

A volte Anna si trova di fronte a occhi più attenti, come quelli della nuova famiglia di Dayness, che l'avrebbe già presa con sé, se solo suo padre fosse daccordo, se solo suo padre non la vedesse come una schiava.
Se solo fosse così, Anna scoprirebbe che giocare è un suo diritto, che la matematica le piace e l'inglese un po' meno, comincerebbe a ridere e in molti penserebbero che è bellissima.
Ora così non è. Anna ha 9 anni: 9 anni che gli occhi, le mani, le disperate condizioni di vita di questa parte di mondo, continuano a negarle.

Note:

1. Come si prepara la polenta.

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