Guerre oltre le tendine
Ci sono guerre che non vengono combattute su due fronti, da ragazzi a cui è stato dato un fucile o dell'esplosivo e a cui è stato creato un nemico da distruggere.
Conflitti che non vengono decisi dal cielo, da missili che piovono su popolazioni indifese.
Ci sono vittime che non trovano posto nelle televisioni e nei giornali di tutto il mondo, vite in caduta libera che non vengono riprese, eroi che non vengono celebrati.
Esistono battaglie che possono aver luogo in posti pacifici, come la Tanzania, luoghi dove la quotidianità scorre colorata e rumorosa, come le vie che costeggiano il terminal dei bus di Iringa.
Laggiù ci sono teatri di guerra nascosti da tendine bianche ricamate, carnefici che irrompono a ogni ora del giorno, complici dietro banconi intenti a servire birra e coca-cola.
Soprattutto ci sono vittime che attendono i loro carnefici, le sole persone che possano aiutarle a contrastare, almeno per un po', nemici più grandi di loro, come la fame, come la povertà.
Queste figure in attesa sono ragazze di strada.
Come i ragazzi che gironzolano per il mercato in cerca di soldi o cibo, sono scappate da situazioni disperate inseguendo l'apparente benessere della città.
A differenza dei loro compagni di strada non sollevano sacchi di mais o valigie in partenza in cambio di qualche spicciolo.
Offrono l'unica cosa che possiedono, la loro femminilità, vendono la sola cosa che gli viene richiesta, il proprio corpo.
Si concedono di giorno, nel retro di qualche bar, si concedono di notte, dove capita, per poter avere un letto in cui dormire almeno un paio d'ore e quattro pareti con cui riparare dal buio e dal freddo i figli che le accompagnano.
Fin dalla mattina presto, per disinibirsi, per non pensarci, si lasciano stordire dal pombe(1), si lasciano rassicurare dall'effetto rilassante della marijuana.
Tutti le conoscono, tutti sanno dove trovarle, ma in giro nessuno parla di loro, nessuno ha mai scostato quelle tendine bianche per guardare i loro volti, ascoltare le loro parole, asciugare le loro lacrime.
Se, da un paio di mesi a questa parte, si capita dalle parti del quartiere di Ngome ci si può trovare di fronte a un posto speciale.
Se si lasciano da parte le titubanze e si varca la soglia di una piccola abitazione, si può fare la conoscenza di Christopher, Judith e della piccola Devota, che hanno deciso di condividere la propria vita con gli ultimi, gli emarginati, gli oppressi.
Soprattutto si possono incontrare Fatuma, Bahati e Cristina, tre ragazze che fino a non molto tempo fa passavano le loro giornate nel retro di qualche bar e le loro notti in posti sempre diversi.
Ancora, ci si può fermare a giocare con Mhamuhudu e Frida, i figli di due di loro, trascorrere la domenica pomeriggio a cucinare mandazi (2) o pizze, deviare il proprio percorso semplicemente per passare a fare un saluto.
Questo posto speciale è stato ribattezzato Casa della Pace.
E' casa, perché per la prima volta ci sono quattro mura che proteggono giorno e notte, porte d'ingresso da varcare senza timore, letti da non condividere con sconosciuti.
E' pace, perché la guerra non è solo rumore di bombe e odore di polvere da sparo, ma anche il pianto di un bambino che vede la mamma sparire in una stanza buia e la puzza di sudore e sudice lenzuola.
C'è sempre posto nei posti speciali, e la Casa della Pace potrebbe essere la salvezza di altre ragazze. Ragazze come Maria, che ancora non è riuscita a sfuggire a una nonna, che la costringe in quella stanza buia.
Si potrebbero costruire altre case della pace, dell'amore, della giustizia, basterebbe solo scostare, o addirittura strappare, una qualsiasi di quelle tendine bianche e mostrare a quelle figure in attesa la bellezza dell'arcobaleno.
1. Bevanda alcolica locale.
2. Frittelle dolci.

