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Brasile

Dall’Istituto Penitenziario di Silvio Porto, a João Pessoa.

Una situazione carceraria spaventosa, tra violenza, repressione, negazione di diritti. Eppure in Brasile esiste una legge, che valorizza la finalità educativa e di reinserimento sociale della pena detentiva. Ma è lettera morta. La spirale vittima, carnefice, vittima non si chiude mai.
Erica Scalfi (Casco Bianco João Pessoa, Brasile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 16 gennaio 2006


Nell’ultima settimana ancora disordini nel carcere Silvio Porto di João Pessoa, stato della Paraiba. Sabato 31 dicembre viene scoperto nel padiglione venti un tunnel scavato quasi interamente. Scoppiano tumulti, vengono erette barricate dai detenuti, la ribellione si estende al padiglione vicino, seguono atti repressivi da parte degli agenti, punizioni collettive, feriti, la visita intima viene sospesa.
La settimana precedente nello stesso carcere un detenuto è stato ucciso, 17 detenuti trasferiti in altri due diversi carceri. Tentativi di fuga, incendi, ribellioni, seguiti dall’intervento della Coque, corpo speciale di polizia che si presenta in tenuta antisommossa e con cani. Sono avvenuti pestaggi, punizioni che si possono definire vere e proprie torture, trasferimenti ingiustificati. Copione che si ripete praticamente ogni mese nello stato della Paraiba.
Ma basta entrare in uno di questi istituti di pena per intuire che tutto ciò è spesso conseguenza delle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere questi uomini e donne. Le celle strette, i letti in numero inferiore rispetto ai detenuti, costringono molti a dormire sul pavimento, in giacigli improvvisati.
Al Silvio Porto i letti sono 640, i detenuti (alla data del 5 gennaio 2006) 920. Il Roger, l’altro grande carcere di João Pessoa ha una capacità di 400 posti, ma ospita 900 detenuti (dati forniti dalla Secretaria de Estado da Administração Penitençiaria, che si riferiscono al periodo 25-28 dicembre 2005).
Si vive rinchiusi per 23 ore al giorno, senza la possibilità di lavorare, studiare e persino di muoversi. Sono veramente pochi i fortunati che possono impegnare il proprio tempo cucendo palloni, lavorando in una tipografia rudimentale o all’ingresso.
Naturalmente devono vivere in un padiglione separato, sospettati di essere guardie o poliziotti. Le visite sono previste (una volta a settimana per i familiari, una volta a settimana per le visite intime), ma non ci sono spazi adeguati e i parenti, tra cui anche i figli piccoli, vengono condotti nei padiglioni, passando nei corridoi dove le celle sono una a ridosso dell’altra.
Le visite intime si svolgono nella quasi totale assenza di privacy, lo spazio occupato dalla coppia è diviso solo da un telo, che separa il letto dal resto della cella. La violazione quasi sistematica del diritto all’assistenza giuridica è agevolata dal fatto che molti detenuti sono analfabeti (secondo quanto riferito dal vicedirettore del carcere Silvio Porto il tasso di analfabetismo è del 70%), la quasi totalità proviene dagli strati più bassi di questa società in cui il divario tra ricchi e poveri è abissale. Le denunce di abusi, violenze, torture sono praticamente rese impossibili dalle intimidazioni e ritorsioni subite dai condannati.

La situazione nelle carceri stride ancora di più se si pensa che in Brasile esistono leggi attente ai diritti dei carcerati, che prevedono l’assistenza materiale, sanitaria, giuridica, educativa, sociale e religiosa. La “Lei de Execução Penal” dedica un capitolo intero al lavoro che spetta ai detenuti, che deve assumere finalità educativa e produttiva e deve essere remunerato. La stessa legge sottolinea che l’assistenza nelle carceri è dovere dello stato e ha come obiettivo prevenire il crimine e orientare il ritorno alla convivenza in società.
Ma tutto ciò rimane sulla carta. Il sistema carcerario nello Stato della Paraiba è sostanzialmente punitivo e repressivo, e si basa sull’idea comune che per abbassare il livello di criminalità basti eliminare il criminale, inasprendo le pene. E intanto nell’istituto penitenziario Silvio Porto i detenuti raccontano di abusi, di violenze, mostrano i segni dei pestaggi, chiedono un intervento dall’esterno. All’interno delle carceri rimangono i poveri, i senza diritti, coloro che vengono giudicati irrecuperabili, coloro che con molta probabilità passeranno la loro esistenza uscendo e rientrando dal carcere, vittime e carnefici in un circolo vizioso di violenza ed abusi.

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