La strada della coscienza
Tra ombre e silenzio si è svolto il 21 gennaio a Shkoder un forum sull'obiezione di coscienza ed il servizio civile in Albania e in tutta la regione dei Balcani, prendendo a modello l'esempio italiano.
All'evento organizzato dagli "ambasciatori di pace", una ONG locale, hanno partecipato personalità albanesi, bosniache, croate, macedoni ed italiane. Durante la tavola rotonda sono state messe in luce le numerose difficoltà nel seguire gli standard europei.
In Italia si ha il primo caso di rifiuto al servizio militare nel '48 con Pietro Pinna; dopo di lui molti altri per scelta etica o religiosa si sono opposti alla chiamata alle armi, scontando in carcere dure pene.
Anni di lotta nonviolenta hanno portato lo stato italiano a concedere nel '72 l'obiezione di coscienza con ventiquattro mesi di servizio rispetto ai dodici di leva obbligatoria.
Tanti piccoli passi, costati a volte enormi sacrifici, hanno prodotto un articolo della costituzione europea che include tra i diritti della persona quello all'obiezione di coscienza; piccoli passi che contribuirono ad una sensibilizzazione capillare facendo nascere associazioni e movimenti su un tema di essenziale importanza quale la pace.
Solamente nel '98, nell' art. 166 della costituzione albanese troviamo il primo riferimento al fatto che un cittadino che per motivi di coscienza non accetti di svolgere il servizio alle armi, è costretto a svolgere un servizio alternativo; si dovranno aspettare altri cinque anni perché il parlamento approvi una legge speciale che spieghi in cosa consiste questo servizio alternativo.
Esiste inoltre un articolo che permette al presidente della repubblica di revocare, in caso di necessità, il diritto all'obiezione e richiamare alla leva anche coloro che già hanno fatto gli obiettori di coscienza.
In Albania si stima che 5000-6000 giovani all'anno prendano parte al servizio militare, 2500-3000 pagano per esserne esentati, mentre le domande per il servizio alternativo, fino ad oggi, sono state solamente sei, quattro delle quali rifiutate dalla commissione che le ha analizzate e bocciate senza possibilità d'appello.
L'obiezione di coscienza ha qui però una storia ed uno sviluppo molto diversi da quelli italiani e i paragoni sono improponibili in quanto le dinamiche storiche hanno inciso profondamente non solo sulla struttura sociale, ma più radicalmente sono penetrate nella vita e nel pensiero dei singoli individui.
Ciò che resta in questa terra sono cinquant'anni di dittatura, durante i quali il popolo era l'esercito e l'esercito era il popolo; resta marchiata la massiccia propaganda comunista che indottrinava alla resistenza dall'imminente invasione del nemico, serbo, greco o statunitense che fosse.
Restano i bunker, ovunque, e monumenti di uomini armati, resta purtroppo ancora diffusa la forza come misura di confronto. Resta emblematica una frase che pubblicizzava un convegno in Kossovo "Se non fai l'esercito sei ancora un bambino".
Don Milani scriveva "Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni." Forse più che mai bisogna lavorare non solo sulla conoscenza, ma soprattutto sulla coscienza, sulla passione, sul coraggio di dire di no per essere fedeli ai propri ideali.
Bisogna far capire che chi fa obiezione non rifiuta di difendere la patria, ma la difende in modo diverso, la difende contro la sofferenza, le disuguaglianze sociali, l'ingiustizia, contro la povertà, contro la violenza. Bisogna far capire che fare obiezione di coscienza non è una scelta di comodo, ma la scelta di mettersi al servizio del prossimo, è una scelta di vita perché le piaghe più dolorose nascono dal basso, nella quotidianità, nelle famiglie, nei rapporti personali e la ricerca di pace è insita in chi ha il coraggio di dire di no.
Fare obiezione non è una scelta da bambino, ma una scelta d'amore.
Tra ombre e silenzio ci si sforza di fare luce su strade già intraprese da altri che hanno segnato la storia dell'ultimo secolo, la strada della nonviolenza, indicataci da grandi esempi di moralità come Ghandi o Madre Teresa, emblema per quest'Albania alla ricerca di un'identità e di una guida.
Lei, Madre di tutti, lascia in eredità ai suoi giovani l'esempio di una vita spesa per gli altri, per i più bisognosi, e i suoi giovani l'ammirano, ma sono purtroppo pochi coloro che hanno la forza di seguirla, di seguire il suo insegnamento di pace, il suo insegnamento d'amore.

