Repressione contro i mapuche
Un articolo di Arnaldo Perèz Guerra, tratto da "Azkintuwe", primo giornale mapuche, del gennaio 2006
Amnesty international ha espresso al governo cileno la sua preoccupazione per le recenti detenzioni di cittadini mapuche e la gravissima situazione che riguarda Juana Calfunao Paillalef e la Comunità Juan Paillalef, nel municipio di Cunco, IX regione.
Il 21 dicembre del 2005 un gruppo di mapuche ha bloccato una strada del settore Laureles, nel comune di Cunco, per protestare contro la costruzione da parte dello stato di una strada privata che attraversa i terreni in cui è collocata la comunità Paillalef. I carabineros hanno attaccato i cittadini mapuche utilizzando lacrimogeni e sparando pallottole a bruciapelo contro i manifestanti disarmati. Secondo alcune organizzazioni per i diritti umani, varie persone sono state ferite e il cavallo che montava la lonko (capo indigeno, ndr) Jauna Calfunao è stato ferito da una pallottola della polizia.
Solo due giorni dopo - il 23 dicembre - 200 effettivi dei carabineros sono entrati nuovamente nella comunità sparando lacrimogeni e fucilate. Questa volta hanno perquisito le abitazioni senza un mandato giudiziario. La casa di Jauana Calfunao è stata praticamente distrutta. Durante la perquisizione illegale la polizia ha causato danni alle abitazioni e alle attrezzature, distrutto alimenti, generatori e confiscato attrezzi di uso agricolo. Juana Calfunao e sua sorella Ana Luisa sono state colpite e trasferite, in quanto detenute, al Terzo Commissariato della località Padre Las Casas.
Il giorno successivo - 24 dicembre - sono state rimesse in libertà per ordine del giudice del Tribunale di Garanzia della città di Temuco, che ha decretati che "il procedimento di detenzione era stato realizzato in forma illegale e irrazionale". La giudice Luz Manica Madariaga ha osservato le ferite che le sorelle Calfunao presentavano sul viso e sugli arti, lesioni che si sono verificate davanti al Servizio Medico Legale (SML) per disposizione della giudice che ha ordianto l'inizio di un'indagine.
In una lettera inviata al governo cileno Annesty International afferma: "la nostra organizzazione si è rivolta alle autorità in varie occasioni rispetto alle situazioni di minacce, persecuzioni e maltrattamenti denunciate alle autorità da Juana Calfunao. E' stato motivo di grande preoccupazione per
l'organizzazione il fatto che, secondo quanto dicono le autorità cilene, le indagini non siano state concluse, nonostante alcune di queste denunce siano datate al 2000". Aggiunge: "preoccupa che agenti incaricati di controllare l'ordine, in questo caso carabineros del Cile della IX regione, facciano uso di armi da fuoco per disperdere proteste con blocchi sulle strade. E' importante che le autorità applichino le norme internazionali a questo riguardo. Allo stesso modo Amnesty considera che l'azione delle forze di sicurezza debba attenersi alle disposizioni del Codice di Condotta dei funzionali incaricati del rispetto della legge e dei principi basici delle Nazioni Unite sull'impiego della forza e delle armi da fuoco da parte di questi. Queste norme internazionali sottolineano limiti molto precisi sull'impiego della forza da parte dei funzionari incaricati e stabiliscono che la forza solo possa essere usata quando sia strettamente necessario e in proporzione all'obiettivo e alla minaccia che venga presentata, e che l'uso della forza letale solo si debba impiegare quando sia ritenuta inevitabile per proteggere vite".
Antiche e nuove denunce
Durante i mesi di ottobre e novembre 2005, Juana Calfunao ha visitato vari paesi europei per denunciare e presentare pubblicamente il suo caso di fronte a organismi internazionali, con l'obiettivo di evidenziare la persistente campagna di persecuzione politica di cui è oggetto da parte delle istituzioni cilene, oltre alle minacce di morte e persecuzioni quotidiane da parte dei latifondisti locali che mirano - secondo la denuncia - a strappare le già ridotte terre della sua comunità. Una delle tappe della suo viaggio è stata Ginevra in Svizzera, e da lì l'Osservatorio per la Protezione dei Difensori dei Diritti Umani, programma congiunto dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura (OMCT) e della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH). Questi organismi sollecitarono il governo cileno a "prendere le misure necessarie per garantire la sicurezza e l'integrità fisica e psicologica di Juana Calfunao, di suo marito, dei suoi figli e di tutti i membri della sua famiglia, includendo l'assistenza medica urgente, appropriata e gratuita, di cui necessitino lei a la sua famiglia". La petizione internazionale è stata trascurata dalle autorità cilene.
Nonostante le preoccupazioni manifestate dagli organismi internazionali e altre organizzazioni per i diritti umani, il 4 gennaio 2006, un'altra volta carabineros - questa volta con mandato giudiziario di arresto, controllo e perquisizione - Juana Calfunao è stata arrestata insieme ad altre sei donne, tra cui sua figlia Relmutry Cadin Calfunao di 7 anni e le minorenni Carolina Landero Calfunao di 17 anni, Rosnelia Neculmàn Calfunao di 17 anni, Catalina Ramìrez Calfunao di 3 anni e Mercedes Paillalef Moraga di 71 anni. Dopo un controllo di identità, sono state rimesse in libertà, mentre Juana Calfunao veniva trasferita sotto "custodia preventiva" al Centro di Reclusione Femminile di Temuco, accusata di "disordini pubblici" e "minacce a carabinieri".
Secondo Amnesty Internaitonal "la detenzione di Juana Calfunao può essere legata all'uso del suo legittimo diritto di protesta pacifica e pertanto sarebbe una prigioniera di opinione. Amenesty International considera prigionieri di opinione quelle persone private della loro libertà in qualunque parte del mondo a causa delle loro convinzioni dimostrate senza ricorrere all'uso della violenza".
Nel mese di giugno, Juana Calfunao ha denunciato l'assassinio di suo zio Basilio Coñonao e l'incendio provocato nella sua abitazione. Le comunità Juan Paillalef e Juan Pichiunlaf hanno contrasti con i latifondisti locali, e con le famiglie Garcìa, Rìos e Muñoz. All'alba del 26 giungo del 2004 è stato appiccato il fuoco alla casa di Juana Calfunao, che è andata completamente distrutta. All'interno è stato trovato il cadavere calcificato di suo zio, Basilio Coñonao, lonko della vicina comunità Juan Pichunlaf. Entrambe le comunità credono che Coñonaosia stato assassinato in un altro posto e che, successivamente, il suo corpo sia stato trasportato in casa per depistare i sospetti. Nei giorni precedenti Basilio Coñonao e suo nipote avevano ricevuto minacce da parte dei latifondisti che pretendevano che abbandonasse la proprietà. Coñonao aveva denunciato i fatti alla Fiscalìa Regional. Amnesty International afferma: "non esiste alcuna informazione sulle indagini che avrebbero dovuto portare avanti le autorità per le minacce o l'incendio. Juana Calfunao e la sua famiglia sono stati oggetto di minacce e intimidazioni in quattro occasioni durante il mese di luglio del 2004. Sono state scagliate pietre sulla loro casa e sparati colpi in aria in loro presenza. Gli astanti hanno denunciato i fatti ai carabineros della città di Los Laureles, a 8 chilometri da Juan Paillalef".
Le comunità e i latifondisti sono coinvolti da molto tempo in un conflitto per la demarcazione delle terre. Secondo i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, i latifondisti hanno intimidito i mapuche delle comunità in molte occasioni. Un'indagine contro vari latifondisti locali è stata inoltrata per la prima volta al giudice civile di Temuco. Juana Calfunao ugualmente ha denunciato che nel maggio del 2002 è stata arrestata dai carabineros. Durante i tre giorni in cui è rimasta nella caserma della polizia ha subito aggressioni che le hanno provocato un aborto. "Neppure su questa indagine si sa se ci siano stati sviluppi, il caso è in mano della Fiscalìa Militar di Valdivia", afferma Amnesty International.
In una lettera dalla prigione, la Calfunao annuncia che avrebbe cominciato uno sciopero della fame il 10 gennaio del 2006: "Sono stata arrestata dal giudice di garanzia Maria Elena Llanos per richiesta del fiscale Alberto Chiffelle. Sono stata considerata un 'pericolo per la società' come possibile autrice dei reati di disordine pubblico e minacce a carabinieri in servizio. Nell'udienza che si è tenuta il giorno previsto, il fiscale si è permesso di chiamare la mia comunità indigena una 'banda' (pandilla, ndr )' e me come 'il capo di quella'. Questo è il rispetto che mostrano i rappresentanti dello stato del Cile verso i suoi cittadini di origine mapuche che reclamano e lottano per i propri legittimi diritti".
Lo stato usurpa terre mapuche
Secondo la Calfunao, il processo che il pubblico ministero ha intrapreso contro di lei ha avuto inizio con la denuncia che la comunità Juan Pellailef ha fatto al Ministero delle Opere Pubbliche (MOP) per la "irregolarità dell'espropriazione di quasi 10.000 metri quadrati di terreno della comunità, usurpato per la costruzione di una strada. Nell'ottobre del 2004, dopo che già precedentemente era stato requisito terreno per una strada, si era giunti ad un accordo politico con la rappresentante del Ministero delle Opere Pubbliche, per cui se fosse stato stabilito che i terreni non erano stati legalmente e legittimamente espropriati, il suddetto organismo avrebbe in seguito stabilito in breve tempo la restituzione degli stessi".
Il primo giugno del 2005, la seremi Jazmìn Balboa ha informato Juana Calfunao che in base al decreto N.947, datato 10 aprile del 1947, il Direttore Generale delle Opere Pubbliche aveva autorizzato l'espropriazione, tra l'altro, del lotto n.6 a nome di Ambrosio Calfunao. Espropriazione che sarebbe stata notificata nel gennaio del 1949 con un pagamento di 600 pesos effettuato in data 13 gennaio del 1949 presso la Tesoreria Centrale di Santiago. Il decreto avrebbe "autorizzato l'espropriazione di 300 metri quadrati".
Secondo la Calfunao "i 600 pesos non furono mai pagati effettivamente a mio padre Ambrosio Calfuano di cui abusarono per la sua buona fede e per la sua ignoranza, dato che era analfabeta in castigliano e parlava solo mapudungun (la lingua mapuche, ndr). Inoltre, non era proprietario di quella terra, dal momento che queste apparteneva alla famiglia Paillalef, secondo il titolo di donazione (Merced) del 1913, e lui mai si era sposato legalmente con mia madre, proprietaria ereditiera, per cui non c'era comunione di beni a titolo di mio padre. La terra fu espropriata e successivamente pagata a chi non era proprietario. Lo stato cileno con tutti i mezzi a sua disposizione, non è stato nemmeno capace di fare legalmente questa espropriazione. [...] Ma l'espropriazione è tanto più evidente perché anche quando questa fosse stata compiuta legalmente o in modo corretto, la strada costruita sui terreni della mia comunità è lunga 670 metri per 25 di larghezza. Ha una superficie di 10.200 metri quadrati. Anche se accettassimo che 'legalmente' sono stati espropriati 300 metri quadrati, esistono 9.900 metri quadrati che ci sono stati sottratti e non espropriati e pagati", aggiunge.
La comunità esige dalle autorità che compiano il loro dovere e ordinino l'espropriazione legale e il pagamento dei 9.900 metri quadrati che le appartengono. Ma il governo è venuto meno alle sue responsabilità.
"Mente dicendo che la strada fu espropriata e pagata, non compie i suoi doveri e pretende di risolvere la nostra legittima richiesta mediante la repressione della polizia. Voi sapete che quest'arresto non è più che la ciliegina sulla torta, perché per anni sono stata vittima di attacchi, abusi e delitti provocati da agenti dello stato e da singoli. Alcuni anni fa a causa dei colpi che ho ricevuto da parte di carabineros persi un figlio che portavo nel mio ventre, quello che ho abortito. Successivamente, per difendere un figlio che veniva picchiato dai carabinieri durante una manifestazione, mi ruppero un dente, a causa di un colpo scagliato dal capo delle forze speciali di Temuco. L'autorità regionale riconobbe implicitamente questi fatti. La mia casa in campagna è stata bruciata intenzionalmente tre volte, e nonostante l'esistenza di due processi a carico del Ministero Pubblico, in uno dei quali esisteva un fiscale che si dedicò a questo per più di un mese, non si è arrivati a trovare i colpevoli. Oltre agli attentati incendiari, sono stata perseguitata, minacciata e intimorita da gruppi di paramilitari che passavano davanti a casa mia esibendo le loro armi. Varie volte hanno sparato contro casa mia, specialmente durante la notte. Mi hanno ammazzato animali domestici. Mi hanno minacciato di morte varie volte, direttamente e indirettamente, come mia madre e i miei figli, e uno di questi è stato accoltellato. E' chiaro che il mio lavoro come difensore dei diritti umani del mio popolo è scomodo per diversi vicini con potere, che sono gli attuali 'proprietari' o possessori di terra che hanno usurpato alle comunità mapuche. Ogni volta che sono stata detenuta dai carabineros hanno usato la forza in modo assurdo, provocandomi lesioni visibili ed evidenti, che sono state negate dal medico legale di turno e dal fiscale, nonostante fossero state constatate personalmente da una giudice di garanzia. Per tutte le minacce e gli abusi che ho descritto sommariamente, e perché lo stato del Cile ha dimostrato nel mio caso di essere uno stato razzista e repressore, che si avvale dei suoi agenti, carabineros, fiscali, giudici per far tacere la mia legittima lotta, per colpirmi, per incarcerarmi e non è nemmeno disposto ad ascoltare le mie legittime richieste, per questo ho deciso di rinunciare alla mia nazionalità cilena. Non posso essere parte di uno stato che mantenga una faccia internazionale che lo mostra come democratico, progressista, rispettoso e sostenitore dei diritti umani, e che avendo a che fare con le legittime richieste dei mapuche risponda con la sua maschera di repressione ed incarcerazione".

