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FSM in Venezuela

Impressioni ed emozioni

La voglia di conoscere, di rompere le barriere comunicative, i dubbi, le domande e qualche risposta. Dal diario di Elena, un percorso di una giovane occidentale benestante attraverso “l’altro mondo possibile”.
Elena Ferro (Casco Bianco a Santiago del Cile)
Fonte: Caschi Bianchi Apg23 - 20 febbraio 2006


Sera di febbraio, come sempre mi stupisco di essere in estate, di non portare maglioni, di godermi i raggi di un sole caldo... non so, è davvero strano. Ed è bello trovare qualcosa di cui stupirsi, perché mi sento viva e sento che è questa la vita che scorre. Sono tornata a Santiago dopo la settimana di Foro Sociale a Caracas. Non l’avrei mai detto ma è stato passare da una città grigia ad una città luminosa. Infatti la cosa che più mi ha colpito di Caracas è il suo colore, dappertutto domina il grigio del cemento, in molti casi un cemento vecchio, consunto, umido e scuro. Ovunque pareti crollate, case ridotte a scheletri, edifici interrotti sul nascere. Un esercizio di potere dell’uomo sulla natura. Esercizio che si è arrestato, magari per una mancanza di fondi, magari per una faida interna, chi lo sa. Sembrava di essere in un fumetto di Otomo, o in un Blade Runner non troppo moderno,con la pioggerellina che non lascia mai in pace.

Il viaggio di andata è stato abbastanza lungo. Tutti fanno i salti mortali per coprire le distanze nel minor tempo possibile, noi ovviamente andiamo contro corrente. E per fare Santiago Caracas invece di metterci 6 ore ce ne abbiamo messe quasi 24... Sosta a Lima per prendere una coincidenza. Dormiamo in aeroporto, e devo dire che non è stato così tragico. Certo, ogni due minuti c'era qualcuno che parlava, che puliva, che annunciava un ritardo... Però poi la mattina ne abbiamo approfittato per fare un giro a Lima.
Ci troviamo nel mezzo di un’altra capitale latinoamericana grande e congestionata... ci concediamo due o tre ore in giro per le strade strette e intasate a guardaci intorno e cercare di farci un’idea. Resta solo qualche impressione che non potremo confermare.
Ripartiamo e finalmente arriviamo a Caracas. Avevamo un contatto per un albergo, ovviamente non siamo riusciti a reperire la persona in questione. Grazie a due ragazzi dell’organizzazione del foro per questa prima notte troviamo una sistemazione, un volontario, Melvin ci può ospitare. Stare da lui si rivelerà un'esperienza indimenticabile. No, davvero. Chi può dire di aver dormito sul pavimento in una casa di gente di Caracas? Poche persone... potevamo tranquillamente essere in un esperimento sociologico...
Certo, se si ha un minimo il cuore ricettivo la povertà non può lasciarti illeso. Ti entra dentro e ti corrode con i mille interrogativi che ti pone...
Girare per il suo quartiere dove "mamma" Matteo sconsigliava di tirare fuori la macchina digitale e dove la pubblicità più visibile era quella di un centro estetico i cui servizi avrebbero dato una possibilità in più per lavorare... non credo che lo dimenticherò, e nemmeno dimenticherò la quantità di auto scassate nel bel mezzo della strada...

Torniamo al quartier generale del Foro dove oltre che farci offrire una colazione riusciamo a rimediare un posto dove dormire, non proprio a buon mercato, ma non abbiamo molta scelta... E' la casa della señora Imperatriz. Anche qui grandi sorprese... seguendo indicazioni prese al volo ma alla fine chiare arriviamo nel quartiere la Pastora. Qui la strada principale non ha nome, ci si orienta con le equine (le traverse, credo). A sentir parlare di parrocchie pensiamo ad una suorina o ad una catechista, scopriamo dopo che le parrocchie sono i quartieri quindi nessuno stupore quando ci si presenta una signora sui trentacinque, quaranta anni, con zeppe, jeans a vita bassa, capelli mesciati e cappellino da baseball. Ci porta a casa sua, dove incontriamo il suo nipotino (figlio di sua figlia, lui ha 4 anni, lei 20). L'abitazione sembra costruita su palafitte. Tetti di lamiera, stanze che danno direttamente sul patio e sul pavimento di cemento, un piano legato all'altro da una scala stretta e scomoda, si rischia di cadere ad ogni passo. La pioggia continua a cadere ed entra a rigagnoli anche nella cucina.

Ci dicono che siamo in inverno e che in questo periodo non dovrebbe esserci questo clima, non dovrebbe piovere. Che però i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno allargato a dismisura la stagione delle piogge.
Lei ci ha lasciato la sua camera e quella della figlia al piano superiore. Nella sua stanza non ha tolto quasi nulla, dalle valigie ai cd.
Il tempo di riposarci un po’ ed è già ora di andare alla manifestazione di apertura del Foro. Il primo viaggio in autobus mi permette di notare che la città è particolarmente inquinata e che il mio fisico non abituato allo smog ne risente.
Sono molto curiosa, le manifestazioni mi fanno sempre un certo effetto. Non so, forse perché immagino la potenza che possiede un gran numero di persone, riunito nello stesso luogo a dire “Ci sono anch’io a mostrare con forza la mia opinione”. Arriviamo molto prima che la gente si metta in moto. Abbiamo il tempo di guardarci intorno, di vedere chi saranno i nostri compagni di viaggio. Alla fine dopo un paio d’ore partiamo. Arriviamo alla fine stanchi e per fortuna ci attende un concerto. Poi di corsa a casa.
La mattina la sveglia è presto, non sappiamo esattamente dove siamo rispetto al resto della città e non sappiamo come funzionano i mezzi di trasporto. Calcoliamo a spanne almeno un’ora.
MI dirigo all’Università Centrale Venezuelana. E’ un complesso completamente di cemento costituito da moltissimi edifici praticamente uguali. Mi ricorda subito un labirinto. Non ho punti di riferimento e i palazzi mi sembrano tutti uguali. Entrando il contrasto più forte lo vedo nelle palme e nella vegetazione lussureggiante che è un po’ ovunque. Fortunatamente incontro la solita anima pia che mi guida; è uno studente venezuelano. Una delle cose belle di questo foro è che i seminari si tengono mentre nell’università ci sono ancora i corsi. Non mi sembra eccessivamente affollata, però gli studenti sono curiosi e ben disposti.

Le attività della mattina non iniziano regolarmente, ci sono molti ritardi, alcuni seminari sono saltati, altri sono stati spostati.
C’è un senso generale di disorganizzazione e impotenza che non rende affatto facile quest’inizio. Qualcosa comunque si fa. Si cominciano a conoscere persone perdute come te, si domanda con curiosità chi è l’altro e cosa ci fa lì.
Poi un po’ alla volta le persone prendono le redini della situazione. Sembrano formarsi dei gruppi di interesse, di solito li guida qualcuno che doveva tenere una conferenza altrove e con qualcun altro, e ora si ritrova solo. E ci sono anche i seminari che vengono bene, che cominciano all’ora stabilita, con le persone stabilite, nel luogo indicato nel programma.
Io mi concentro sui TLC (trattati di libero commercio). E’ un tema a cui ho iniziato ad interessarmi da quando sono arrivata in Cile, perché da quello che ho potuto vedere, molti dei problemi di questo paese derivano da un commercio sfrenato e senza regole. O meglio con regole che vanno a vantaggio di Stati Uniti ed Europa.
Incontro persone di tutti i tipi, da chi viene da lontano solo per vedere, al delegato della grande ong che dovrà poi riferire sui temi che vengono trattati, al rappresentante dell’associazione che spera di conoscere idee nuove.
Si respira molto anticonformismo, mi è capitato ad esempio che si sia deciso di fare un seminario in un parco, seduti su un prato; luoghi dove normalmente ci si attiene ad un certo rigore (come per esempio la sala di un teatro) si popolano di personaggi coloriti, di persone sedute per terra, di gente che porta striscioni o bandiere o che comincia a cantare aspettando che l’oratore arrivi.
Ci sentiamo in una immensa università occupata, dove gli annunci sono scritti a pennarello su cartelloni affissi alle pareti, dove i volontari sono sempre squisiti e con il sorriso sulle labbra e ti scortano fino a destinazione, dove trovi sempre qualcuno disposto a dire la sua sul suo Venezuela, dove un giornalaio (che avrebbe voluto essere avvocato) tiene una conferenza sullo stato della stampa nel suo paese e finisce a parlare della situazione politica, dove rincontri la sera un signore che ti aveva dato indicazioni che ti chiede com’è andata al Foro, dove ti serve un giornale e l’edicolante chiama al telefono e se lo fa arrivare per il giorno dopo.

Tutto questo stride con la paura che la gente della città ha di uscire di sera, di essere borseggiata, di subire una rapina. Tutti parlano di Caracas come di una città pericolosa e si preoccupano quando vedono che sei una donna europea che circola sola anche di giorno. E allora mi domando se ho conosciuto di persona solo la faccia buona di questa città, mentre quella di cui tutti hanno paura l’ho intravista solo per sbaglio mentre cercava di aprirmi la borsa o voleva rubarmi la carta di credito. Certo essere di un altro continente, che tutti considerano ricco non è una cosa che si possa nascondere. E io nel mio piccolo sono cosciente della mia diversità con i pro e i contro che questa cosa può avere. Ti tradiscono mille particolari, dallo zaino griffato al cartellino del Foro, quello stesso cartellino che ti permette di viaggiare gratis sulla metropolitana e che da diritto a chiunque di chiederti chi sei e cosa ci fai a Caracas.
E mi chiedo se da un certo punto di vista le persone che raddoppiano i prezzi nella zona del Foro possono non avere torto. In effetti noi ce lo possiamo permettere, quando un biglietto dell’autobus costa l’equivalente di 35 centesimi di euro. Ma il confine tra le cose non è netto e la correttezza nell’utopia non dovrebbe conoscere confini di paese. Permango nei miei dubbi...
Poco alla volta si crea in me come un modo diverso di essere, di pormi rispetto alle persone, alla fine parli con tutti, sei curioso di sapere cosa fanno e solo per il fatto di essere alla stessa manifestazione è come se si spezzassero delle barriere e la comunicazione con le persone diventasse più semplice e diretta.
Seguo le conferenze e si accresce in me il desiderio di sapere, di conoscere. Ma nonostante tutto questo parlare non so se alla fine sono tornata con più risposte o con più domande.

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