Verso una nuova politica culturale?
Sembra giunto il momento della rivincita, eppure qualcosa non quadra.
La parola "indigeno" è stata una tra le più ricorrenti, nell'incontro culturale svoltosi giovedì 16 marzo 2006 a La Paz, caffé Virgen de Los Deseos (un posto celebre per la sua volitiva inclinazione femminista). Il titolo della tavola rotonda, "Politica Culturale nel nuovo governo", ha risvegliato l'interesse di una ventina di persone, in maggioranza artisti, riuniti per ascoltare le proposte con cui il nuovo governo pensa di gestire ed incentivare il progresso culturale. Il relatore, Sig. Edgar Arandia, Vice-Ministro di Cultura, ha focalizzato l'attenzione soprattutto sulla valorizzazione del patrimonio indigeno tradizionale (i cosiddetti "patrimoni intangibili" dell'umanità). I temi emersi, di conseguenza, hanno evidenziato questioni come la necessità di preservare i dialetti indigeni, la ricchezza rappresentata da canti e festival popolari, il senso di appartenenza alla nazione boliviana anche tra i cittadini residenti all'estero (con la proposta di istituire un "giorno dell'immigrato"). E' giusto, ed è un segnale importante, il fatto che si cerchi di recuperare l'identità perduta durante secoli di colonialismo devastante.
Nonostante ciò è ugualmente doveroso dare respiro ad una politica culturale che non si concentri solo sull'"indigeno", ma che spazi in settori pericolanti, come la Pubblica Istruzione e l'offerta culturale proposta al pubblico.
Il Vice-Ministro ha sottolineato con forza come la sua visione di "cultura" sia olistica. Viene in mente la definizione di "cultura" fornita nel 1871 da Edward Tylor, antropologo britannico della corrente evoluzionista: "La cultura, o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro di una società"(2). Considerata in quest'accezione, la difesa del patrimonio indigeno risulta prioritaria e legittima protagonista della politica culturale: anche così, però, è necessario spezzare una lancia a favore della cultura intesa in modo più "essenziale".
Il pubblico presente all'incontro con il vice-Ministro ha interagito con vivacità ed ha apportato, in questo senso, validi spunti di riflessione. Una voce ha stigmatizzato la televisione e la pessima offerta di programmi del canale nazionale, intasato dalle telenovelas. Un'altra ha evidenziato la scarsa affluenza dei boliviani al cinema (percentuale del 12-13%), motivandola, tra l'altro, con la scarsa qualità dei film proiettati.
Purtroppo, in molti casi, l'offerta riflette la domanda, ovvero il pubblico ed il suo spessore: dunque, è urgente lavorare intensamente sul pubblico infantile di oggi, per formare un pubblico adulto di domani più preparato e recettivo. Spettatore nella sala, ma cittadino attivo e cosciente nella realtà.
Anche la "frequentazione" dei libri è scarsa, da parte dei giovani boliviani (ma non solo loro, basti pensare alle vergognose statistiche italiane...): incentivarli ad assumere una parte del percorso formativo in modo autonomo appare un compito arduo. Naturalmente, in un Paese dove l'analfabetismo sfiora il tasso del 20% (per la popolazione femminile) e del 7% (per la popolazione maschile) (3), varcare la soglia della scuola è già un privilegio; una volta superata la porta, però ciò che si trova sono maestri e professori assai scontenti per il salario e con una preparazione variabile. Si prenda atto anche dell'ambiente familiare di provenienza di molti bambini, che vivono in situazioni difficili, stressanti, disagiate. Se la cultura, nello spazio domestico, significa lottare per garantirsi un piatto di riso, e fuori dalle mura domestiche gli stimoli sono carenti o del tutto assenti, è evidente come i piccoli e gli adolescenti manchino di spinte ed incoraggiamenti forti. Non è il momento di dilungarsi su altri fattori, però bisogna almeno accennare al fenomeno dei bambini lavoratori, che non hanno né il tempo né la possibilità di studiare o, nel caso frequentino una scuola, di svolgere i compiti.
Tale quadro riflette soprattutto le condizioni dei figli degli indigeni e delle discriminazioni: con questo, si ritorna al punto di partenza ed all'urgenza di preservare i diritti delle minoranze etniche.
Il portafoglio del Ministerio di Educazione e Cultura, sicuramente, piange e le risorse da investire in questo campo saranno contate, anche se Educazione e Cultura sembrano due dei principali obiettivi del governo. E' lecito sperare in un buon utilizzo delle stesse, allo scopo di risollevare il panorama culturale del Paese: sostegno agli artisti, educazione paritaria e valida per i giovani, appoggio alla madri sole o ai nuclei familiari in difficoltà, rafforzamento delle radici indigene.
Il Vice-Ministro ha affermato di voler recuperare l'"indigenità" non come una vecchia cariatide che trascini ai rimpianti del passato, bensì come elemento di dialogo con la modernità. Una buona chiave di lettura ed un ottimo modo di iniziare: per sapere dove andare, è necessario conoscere chi
siamo.
1. Cf. articolo in "El juguete rabioso", num. 147, 12-26 febbraio 2006, pp. 10 s.
2. Cf. http://en.wikipedia.org
3. Cf. http://en.wikipedia.org

