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Zambia

Leggendo Kapuscinski sul Dalla Dalla

Una giornata sulle strade di Zanzibar: sole, piccoli furti di benvenuto, riflessioni semiserie sul senso del viaggio e sull'incontro fra gente e culture diverse.
Angela Tiraferri e Eliana Storaci (Caschi Bianchi a Ndola, Zambia)
Fonte: Caschi Bianchi Apg 23 - 09 maggio 2006

Angela (la "segre") ci informa che siamo già in ritardo sulla sua tabella di marcia. Sono ormai le nove e cinquantotto minuti e non abbiamo ancora trovato il mezzo per la spiaggia di Paje, sulla costa orientale di Zanzibar (1). Baboo (un ventenne poliglotta e dallo sguardo languido, conosciuto per caso sul traghetto, che si è poi rivelato una preziosa guida turistica) ci aveva consigliato questa spiaggia perché tra le più belle e meno conosciute. Proprio quello che cercavamo: evitare i circuiti turistici e calarci il più possibile nella realtà locale. Alla stazione dei minibus tutti ci danno indicazioni diverse: i più ci consigliano un taxi, il mezzo senza dubbio più veloce, sicuro, e adatto per tre ragazze bianche in vacanza.
Il taxi è pronto, ma proprio lì di fianco è parcheggiato un camioncino riadattato al trasporto di cose e persone: è il dalla dalla(2). Il portabagagli si trova sul tetto: materassi, canne da zucchero, polli, e una bicicletta sgangherata sono caricati in fretta da un giovanotto e assicurati con cinghie di fortuna. Ai lati il mezzo è aperto: ci si appoggia solo contro assi di legno che lo chiudono in parte. Sicuramente fa per noi! Un vecchietto simpatico con un copricapo musulmano ci informa gentilmente che il minibus va proprio nella nostra direzione. Contrattiamo sul prezzo, 2000 scellini a testa (poco più di un euro) che gli consegnamo poco dopo. Lo seguiamo sul cassone facendo attenzione a non picchiare la testa sul basso soffitto, e scavalcando il gradino a fatica per il lungo citenge(3) legato stretto. I sedili sono in legno scuro e la tappezzeria in linoleum azzurro fiorato di giallo...pacchiano quanto basta.
Una grossa signora velata di nero ci osserva divertita: appena l'ultimo posto a sedere viene occupato si parte. Attraversiamo il mercato con le sue bancarelle colorate, stracolme di pashmine, manghi succosi e zainetti cinesi. Poi usciamo da "stone town" (il cuore storico dell'isola) e iniziano i palmeti e le piantagioni di spezie, alternati ai villaggi dalle capanne di fango, legno e paglia.
Il paesaggio cattura la nostra attenzione e si mischia alle parole di Kapuchinsky(4): abbiamo con noi il libro "Ebano" di cui leggiamo ad alta voce il capitolo dedicato a Dar Es Salaam. Tutti i passeggeri sembrano molto interessati, ci vorrebbe qualcuno che traduca per loro in kiswaili.
Le brusche frenate e accelerazioni non rallentano la nostra attività: siamo assicurati ai sedili dai corpulenti vicini di viaggio.

Siamo ormai da mezz'ora assorbite dalla lettura quando gli altri passeggeri attirano la nostra attenzione, facendoci notare che siamo le uniche a non aver ancora pagato i mille scellini del biglietto al ragazzo che si occupa dei bagagli sin dalla partenza. All'inizio pensiamo di non aver capito bene per questioni di lingua...ma come, avevamo già pagato il doppio alla stazione dei bus!
Con stupore realizziamo che il simpatico ometto che ci aveva avvicinate chiedendoci i soldi, non c'era più. Ci guardiamo in faccia con la risposta già pronta sulle labbra: ci hanno imbrogliate!

L'attenzione di tutti i passeggeri si sposta allora dallo scrittore polacco alla nuova attrattiva: le tre basungu sono state truffate. C'è chi sorride scambiandosi battute in kiswahili, c'è chi scuote la testa visibilmente dispiaciuto e partecipe al nostro disappunto, c'è chi fa finta di niente forse per l'imbarazzo. Anche le nostre reazioni sono diverse: Isa è sdegnata e non si dà pace, Eliana è stupita ma più divertita, Angela è ammirata dalla furbizia dell'anziano e dalla nostra ingenua buona fede.
Forse si è trattato di un banale imbroglio ad opera di un ladruncolo quale se ne possono incontrare tanti anche sulle nostre strade, ma -saranno forse i brani di Ebano- siamo spinte a fare una riflessione più profonda. I secoli di colonialismo e sfruttamento che hanno caratterizzato la storia del popolo africano pongono su due piani molto differenti noi bianche e i nostri compagni di viaggio. Cosa diceva Kapuscinski in proposito, parlando dei suoi anni in Tanzania? "...vantavano su di me una superiorità etica: la superiorità che una storia maledetta conferisce alle sue vittime. Loro, i neri, non avevano mai conquistato, occupato o reso schiavo nessuno. Potevano permettersi di guardarmi dall'alto in basso. Erano di razza nera, ma puliti. Mi facevano sentire disarmato, senza alcun argomento valido."(5).

Questo, come altri piccoli episodi che a volte ci coinvolgono, ci rendono ogni giorno più consapevoli della distanza che la storia ha creato tra noi bianchi e il popolo africano. Gli avvenimenti del passato ci hanno reso indirettamente colpevoli, dandogli il pretesto per prendersi delle piccole ma continue rivincite. Una sorta di razzismo che ha invertito la rotta. Scambiandoci un sorriso, dopo quello che è accaduto, scopriamo che stiamo imparando ad accettare questa nostra condizione con ironia. Siamo consapevoli che ai bianchi che -per scelta o per destino- trascorrono in Africa una vita intera, risulta più faticoso rileggere serenamente queste forme di discriminazione; per noi che siamo solo di passaggio è tutto più semplice. Non sono questi episodi che ci fanno perdere la voglia e l'entusiasmo di incontrare e metterci in ascolto di questi popoli dalla cultura e dallo stile di vita apparentemente così diverso dal nostro. E' condividendo insieme a loro parte dei nostri giorni, che ci siamo rese conto che quelle che comunemente si pensa siano distanze incolmabili, in realtà sono un diverso modo di affrontare le stesse necessità, e quindi fonti di arricchimento reciproco.

Volevamo vivere questa vacanza il più possibile come viaggiatrici e non come semplici "turiste". Una distinzione forse sottile in cui però crediamo e che abbiamo tentato di valorizzare: in una realtà come Zanzibar, dove sono diffusi il "turismo" sessuale e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse e delle bellezze naturali (un numero di grandi tour operator italiani ha impiantato giganteschi complessi alberghieri sulle coste a nord dell'isola), abbiamo usato alcuni accorgimenti perché la nostra presenza non fosse troppo intrusiva. Privilegiando ostelli gestiti da tanzaniani, servendoci di mezzi di trasporto locali, acquistando artigianato nel rispetto delle persone e dell'ambiente, ma anche coprendoci le spalle in una città in cui il 99% della popolazione è musulmana.
Il grasso signore seduto di fianco a noi sulla strada verso Paje sembra decisamente partecipe alla nostra disavventura. Mentre continua a scuotere il capo per tutto il tragitto, forse vergognandosi del suo concittadino, è inconsapevole delle riflessioni che stiamo facendo, guidate dalle parole di Kapuscinsky. Avvertiamo in questo gesto la volontà di un riavvicinamento: in fondo le spiagge tropicali e le fredde vie europee non sono così lontane come può sembrare.

Note:

1. Zanzibar, isola appartenente allo stato della Tanzania con un governo indipendente, si caratterizza per una grande varietà di influenze culturali, religioni e stili architettonici. Questo, unito alla bellezza delle sue spiagge tropicali e barriere coralline, la rende oggi una delle mete più ambite del turismo d'elite.
2. I dalla dalla sono camioncini o minibus utilizzati in molte parti dell'Africa sub-Sahariana come mezzi di trasporto locali: sono economici e sempre affollati, nonché vivamente sconsigliati dai tour operator.
3. Il citenge è un termine in lingua cibemba che indica una stoffa di cotone dai colori sgargianti che le donne utilizzano per cingere la vita o per trasportare i bimbi sulla schiena.
4. Ryszard Kapuscinski è uno dei massimi reporter freelance viventi. Nato a Pisk, in Polonia orientale (oggi Bielorussia) nel 1932, ha vissuto per anni in africa riportando con uno sguardo lucido e coinvolto i principali eventi dell'ultimo cinquantennio e i suoi personaggi.
5. Cfr. R. Kapuscinski, Ebano, Milano 2005, p. 42.

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