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Kossovo

Otto minuti per raccontare la malattia mentale in Camerun al DokuFest di Prizren. Un italiano in gara

Incontro con Francesco Uboldi, unico FilmMaker italiano in gara al festival del documentario di Prizren. Una settimana per giovani talenti da tutto il mondo che illumina sulle possibilità di convivenza pacifica e offre l’esempio di un amalgama felice di popoli e culture distanti.
Sara Cossu (Casco Bianco a Prizren, Kossovo)
Fonte: Caschi Bianchi Caritas Italiana - 19 agosto 2008

Prizren ospita da ormai sette anni un festival internazionale di documentari e cortometraggi che attira autori dai Balcani e da tutte le parti del mondo, appassionati, addetti ai lavori o turisti curiosi e incuriositi. La città si anima in diversi spazi all’aperto, piccoli cinema sotto le stelle, dove le proiezioni diventano momento di confronto, dibattito e riflessione condivisa tra pubblico e autori su tematiche differenti che spaziano dall’immigrazione ai diritti umani, dal conflitto israelo-palestinese alle tensioni caucasiche. Le numerosissime pellicole sono accompagnate da esibizioni fotografiche, workshop, concerti, che ogni agosto, per circa una settimana, regalano a questo angolo di mondo i suoi 15 minuti di gloria.


Prizren, Kossovo. Dukufest. Foto di Sara Cossu, agosto 2008.
Un cantastorie che racconta la storia di tante persone con i suoi documentari. Se dovessi raccontare te stesso e la tua storia, cosa diresti di te, nel tuo documentario?
Un documentario su di me sarebbe una tortura – ancor più per il sottoscritto che non per il malcapitato spettatore, se possibile. Provo, se non altro, a disegnarlo per fotogrammi singoli, perché è scortese non rispondere a una domanda.
Nato 30 anni fa, quasi 31, vicino Milano. Vissuto anche negli Stati Uniti e a Bologna. Viaggiato. Cominciato a pasticciare con il video a Bologna, durante l'università. Cominciato a provarci sul serio appena dopo gli studi. Cominciato a raccogliere qualche successo ai festival. Felicemente costretto a destreggiarsi coi documentari, soluzione più economica dei film di finzione. Sviluppato amore per il documentarismo. Avuta la possibilità di sperimentare con la fiction. In attesa di completare il primo lungometraggio, un documentario.
Per risposte più esaurienti, e soprattutto per vedere alcuni cortometraggi, rimando volentieri alla mia pagina web (vedi sotto ndr).

Come nasce una storia da narrare? Quali sono i soggetti che ti colpiscono? Che cosa deve "avere" una storia perché tu la immagini soggetto che prende vita dentro un tuo lavoro?
Una storia nasce molto spesso per caso, solo a volte per un disegno. Non esiste una tipologia specifica di soggetti che attirano la mia attenzione: la meraviglia, semmai, sta proprio nella scoperta di vicende e umanità disparate. L'elemento determinante, dovendo sceglierne uno, è l'emozione che mi suscitano una storia o una persona. Occorre poi sempre trovare un equilibrio tra la passione per il soggetto, che permette di investirci le migliori energie, e il distacco razionale, che garantisce di non esserne fagocitati. Naturalmente, sono poi elementi fondamentali nello scegliere una storia la sua originalità, la sua forza intrinseca, la sua capacità di stimolare la conoscenza, il dibattito, e così via.

Prizren, Kossovo. Dokufest. Foto di Sara Cossu, agosto 2008.

Quale tema ricorre nei tuoi lavori?
Non credo ci siano temi ricorrenti, anche se ci si potrebbe rintracciare una propensione a “dar voce agli ultimi”, come si usa dire. In realtà, non ho preclusioni o pregiudizi di alcun tipo rispetto a quali temi siano più meritevoli d'esser trattati. Torno a dire, quel che trovo emozionante e allo stesso tempo intellettualmente stimolante è, almeno in potenza, una buona storia sulla quale lavorare.

A quali circuiti di Premi hai partecipato prima del DokuFest in Kossovo? Perché hai scelto di partecipare proprio a questo festival?
Dal 2004 in avanti ho iniziato a girare per il circuito dei festival nazionali ed esteri in maniera significativa, essendo stato selezionato, con diversi lavori, per circa 150 rassegne (una trentina delle quali riguardano “Jean Paul”, il documentario che ho presentato a Prizren).
Avevo scoperto DokuFest già l'estate scorsa e, guardandone il catalogo online, avevo apprezzato la qualità dei film in concorso. Purtroppo, però, all'epoca si era già fuori tempo massimo per partecipare alla selezione dei film che sarebbero stati proiettati durante il festival. A inizio 2008, invece, ho potuto inviare il mio cortometraggio, che è stato poi scelto e programmato nel concorso internazionale del festival.

Altre esperienze del genere nei Balcani?
Nel 2006 ho partecipato al Tabor Film Festival (in Croazia) con un documentario sulla Birmania intitolato “Sulla strada per Bagan”. A inizio settembre, invece, sarò in Herzegovina per presentare “Jean Paul” al Mediterranean Film Festival di Široki Brijeg.


Prizren, Kossovo. Dokufest. Foto di Sara Cossu, agosto 2008.
Eri mai stato in Kossovo? Perché sei stato attirato da questo Paese? Ti aspettavi quello che hai trovato?
È stata la mia prima volta in Kossovo e ho trovato una realtà piuttosto vicina a quella che immaginavo, ma certo non per questo meno interessante. Come in ogni territorio segnato da conflitti profondi, l'umanità che vi si trova porta con sé inevitabili cicatrici e desiderio di riscatto – le stesse energie contrastanti, vitali e dolenti, che sembrano animare il territorio e la società nel suo insieme.

Il DokuFest rappresenta secondo te un momento per rilanciare artisticamente l'immagine di un Paese uscito da un conflitto armato?
Naturalmente sì. È un'eccezionale occasione di scambio, prima di tutto, e di visibilità internazionale per questo giovanissimo Paese. La presenza di tanti filmmaker stranieri e un'offerta così ricca e articolata di visioni sono stimoli molto importanti per i tantissimi giovani che hanno voglia e necessità di rilanciare ed esprimere se stessi e il loro territorio.

Gli artisti che partecipano al DokuFest sono arrivati in Kossovo da tutte le parti del mondo. Sono israeliani, palestinesi, serbi, croati, americani, turchi, iraniani... Che valore ha una manifestazione del genere nel momento in cui mette insieme realtà dove le parole conflitto e odio interetnico sono di casa?
Da una parte, è la testimonianza del fatto, tanto risaputo quanto rattristante, che l'odio e le guerre non sono solamente una questione balcanica, bensì una piaga mondiale. Dall'altra, ci illumina sulle possibilità di convivenza pacifica, sia mettendo in mostra i talenti di tutti, sia dandoci un esempio concreto, seppur limitato a una settimana di vita comune, di cosa può produrre un amalgama felice di popoli e culture distanti.

Il tuo documentario, unico lavoro italiano selezionato per il concorso ufficiale, che cosa racconta?
Racconta, in realtà, una storia non italiana, ma sfortunatamente di portata universale. Lo dico senza alcuna presunzione, soltanto in virtù delle dimensioni del problema – che è quello della malattia mentale.
Ho filmato la vicenda in un villaggio sperduto tra le montagne del Camerun, dove l'ho scoperta per una coincidenza durante le riprese di un altro documentario. Racconta di Jean Paul, un uomo afflitto da un imprecisato, e insondabile, disturbo psichico. Proprio nel villaggio dove è nato e cresciuto, sta morendo incatenato a un albero.
Per volere della sua stessa famiglia e con il beneplacito delle autorità locali, da giorni è costretto a vivere legato, senza cibo e senz'acqua. Jean, “l'uomo più forte del villaggio”, che lo ha preso in consegna, racconta la storia di Jean Paul, tra malocchio e credenze magiche, e parla di un diabolico anello. Prizren, Kossovo. Dukufest. Foto di Sara Cossu, agosto 2008.
Per quanto fuori dall'ordinario, il caso di Jean Paul non è certo unico. La malattia mentale rappresenta per l'Africa Nera ancora un grande tabù culturale e sociale. Non esistono strumenti e strutture che permettano di affrontare l'emergenza. I problemi psichici spesso si pagano con la vita, con forme brutali di privazione della libertà o con la schiavitù. Resta quanto meno discutibile, peraltro, che in Occidente il rapporto con la malattia mentale sia granché più maturo.
Nell'impossibilità di intervenire di persona, o anche solo di denunciare in tempo utile i fatti a una qualche autorità, ho deciso di filmare e poi diffondere la vicenda di Jean Paul nel tentativo di ricordare lui e tutti coloro che scompaiono nel silenzio in circostanze analoghe.

Idee e proposte per il futuro? Che idee da sviluppare metterai in valigia, rientrando dal Kossovo? Cosa c'è da raccontare di questo piccolo angolo di mondo, oltre il conflitto?
Fondi per il montaggio permettendo, visto che il film è stato già interamente girato, in cima ai miei progetti ci sarebbe proprio il lungometraggio “Terzo mondo, primo, terzo”, realizzato in Camerun e che racconta una storia, straordinaria e felice, di migrazione dall'Africa all'Italia. In attesa di raccogliere i finanziamenti necessari per completare questo lavoro, diverse altre idee sono in stadi di sviluppo più o meno avanzati, ma è in ogni caso ancora presto per parlarne. Prizren, Kossovo. Dukufest. Foto di Sara Cossu, agosto 2008.
Dal Kossovo riporto in Italia non solo molti spunti e parecchie informazioni in più su questo martoriato angolo di mondo, ma anche quattro o cinque ore di girato che potrebbero – chissà – trasformarsi in un nuovo documentario breve. Microstorie raccolte durante i giorni del festival, a Prizren ma non solo, che raccontano vicende ora desolanti ora giocose, in pieno spirito balcanico.

Note:

Vedi:
http://www.dokufest.com
http://www.francescouboldi.it

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