Un popolo da tenere in alta considerazione
La visita alla comunità di Guarguallà, a due ore in macchina da Riobamba, mi ha permesso di mettere insieme tutti i pensieri, estrarre riflessioni magari più utili e certamente meno negative. La popolazione indigena in Ecuador è segregata dai meticci, che fisicamente non differiscono molto dai primi. Tuttavia, la discriminazione c'è ed è presente anche all'interno delle stesse comunità indigene verso le donne lavoratrici o nubili, le quali dovrebbero dedicare tutto il loro tempo alla casa, alla famiglia, agli animali e alle coltivazioni. Così, le donne vivono la loro vita segregate dai bianchi e meticci nelle strutture sanitarie e governative, e dagli uomini delle comunità in caso di non osservanza rigorosa delle usanze casalinghe.
Sono in Ecuador da poche settimane e lavoro, come volontaria in servizio civile all'interno di un programma del nostro partner locale Fundaciòn Natura, una organizzazione che si occupa di tutela ambientale e sviluppo rurale e che rappresenta il WWF in Ecuador.
Si tratta di un progetto di artigianato ed imprenditoria femminile che nasce come un'attività parallela e complementare al progetto di allevamento delle alpaca, che ha come obiettivo la conservazione delle sorgenti d'acqua e del suolo mediante la sostituzione del bestiame bovino e ovino. Per poter fermare il deterioramento del suolo e la conseguente erosione dell'altipiano, Fundación Natura ha formato 12 contadini per l'allevamento di camelidi andini come sostituti del bestiame esistente e 25 donne per la produzione di artigianato tessile confezionato con lana d'alpaca.
In questo modo si spera di ristabilire l'equilibrio biologico del paramo e di offrire una possibilità di sostegno alle famiglie residenti nelle zone vicine.
Nel caso specifico delle "mie donne", ero consapevole del fatto che il progetto fosse stato avviato cinque anni prima senza risultati economici soddisfacenti per loro, per cui la sensazione di scontento era comprensibile. Malgrado ciò, non si sono arrese e dopo alcuni scambi di opinioni in quechua, mi hanno dato questa semplice lezione: "Cinque anni fa non sapevamo neanche come prendere i ferri e comunque abbiamo imparato a farlo. Sono ormai cinque anni che ci riuniamo e ancora non siamo state riconosciute dallo stato come cooperativa. Diverse persone sono venute a verificare l'esistenza della nostra associazione e sono ripartite con la promessa di agevolare i tramiti burocratici per il nostro riconoscimento legale necessario per poter vendere i nostri prodotti. I nostri uomini non vogliono farci lavorare, dicono che dovremmo piuttosto prenderci cura di loro e della famiglia anziché continuare a perdere il tempo facendo sciarpe e cappelli che comunque non comprerebbe nessuno. Però, se noi ci arrendessimo adesso, i cinque anni sarebbero andati persi. Tutti i nostri sforzi sarebbero stati inutili e non avremo nient'altro tra le mani che il tempo sprecato. E' per questo che non ci arrenderemo".
Più o meno negli stessi giorni era accesa la discussione sulla firma del Trattato di Libero Commercio (TLC) tra i Paesi andini e gli Stati Uniti. Alcuni indigeni hanno bloccato le vie intermunicipali mentre altri si sono recati al palazzo presidenziale e al Congresso. Ci sono stati scontri, feriti e alcuni dirigenti indigeni sono stati arrestati.
Nonostante queste proteste, nonostante più del 60% della popolazione sia contrario al TLC, nonostante studi universitari denuncino i danni che il Trattato provocherà all'economia del Paese e alle comunità rurali, il risultato sembra ormai deciso: il libero commercio è il futuro dell'Ecuador. E se non sarà così è soltanto perché, in questi giorni, gli Stati Uniti sembrano particolarmente prudenti e forse, dopo questa ferma opposizione indigena, potrebbero anche decidere di chiudere le trattative lasciando l'Ecuador fuori dal Trattato di liberalizzazione.
Ancora non trovo una spiegazione alla discriminazione esistente in Ecuador,

